A.A.A. - D.S.A. - Dislessia, un limite da superare

A.A.A. - D.S.A. - Dislessia, un limite da superare

giovedì 12 gennaio 2012

SCUOLA/ Quando la dislessia mette più in difficoltà le famiglie che i bambini

Eleonora Carravieri  
SCUOLA/ Quando la dislessia mette più in difficoltà le famiglie che i bambini
Il minestrone alla genovese necessita di un certo numero fisso di ingredienti, di un lungo tempo di cottura, di essere servito e condito con olio e odori freschi e naturalmente di commensali che sappiano apprezzare la differenza con quello surgelato. Questo preambolo per commentare l’abitudine della nostra società a consumare tutto velocemente: in ogni ordine di scuola gli insegnanti sono in allarme e una quantità di ragazzini sono inviati presso le Asl o gli specialisti privati competenti per diagnosticare un possibile disturbo d’apprendimento. In prima elementare perché il bambino non scrive ancora nel quadretto, in seconda perché ci mette troppo tempo sia a leggere che a scrivere, in terza perché fa troppi errori, in quarta perché fa ancora errori e non se ne accorge, in quinta perché non capisce i problemi pur sapendo le tabelline, in prima media perché “fatica a recuperare, mette molto impegno e energia ma… non si può che pensare che le sue capacità sono state sottovalutate e ora… siamo in ritardo”. La diagnosi è necessaria ma a volte, invece di rimettere in moto, frena.
Alla consultazione i genitori ripercorrono, a volte con sgomento, le settimane e gli anni di scuola dei figli; all’asilo andava tutto bene, ha cambiato ogni anno insegnante ma nessuno ha segnalato niente, mia moglie dice che fa fatica ma io lo trovo come i suoi compagni, è come me da piccola, anche suo fratello non leggeva volentieri poi ha cominciato e non si ferma più.
Le logopediste, in genere, sono il primo professionista interpellato, accolgono con ansia pressate dalle scadenze della diagnosi e dei test; se vedo  il bambino  troppo presto cosa scrivo sulla relazione? Meglio inviarlo prima al neuropsichiatra infantile (Npi)? Devo dedicare tempo anche alla raccolta delle informazione che la maestra mi ha suggerito o chiedo subito la cooperazione di uno psicologo? Insomma si rischia di non darsi il tempo dell’osservazione e della descrizione delle abilità specifiche.
E’ un periodo di stress per questi tre figure dopo l’approvazione della legge sulla dislessia di luglio 2011, che temono di perdere sia tempo che i tempi giusti. Il tempo ha un valore cardinale nello sviluppo sia di un bambino che inizia la scuola elementare che di quello che inizia le medie. L’insegnante deve darsi tempo per osservare caratteristiche, stile cognitivo e l’evoluzione delle abilità. 
L’esperienza  aiuta a riconoscere chi esce dal ritmo della classe, è necessario però capire meglio la fatica del bambino, fornire informazioni descrittive alla famiglia, iniziare un dialogo che permetta ad entrambi di giungere ad una decisione, se necessario di chiedere a un terzo di valutare o anche solo di riprendere la propria specificità pedagogica.
La famiglia, sempre più spesso, vive come un esame queste comunicazioni, come se difficoltà, lentezza ed errori fossero un marchio fluorescente per il suo bambino, così si ferma in attesa e spesso confonde le segnalazioni con il malessere del bambino che inizia a perdersi tra codifica e decodifica, linea dei numeri, decine e tabella pitagorica.
La legge indica la necessità di una équipe multi professionale: il Npi, lo psicologo e il logopedista, per distinguere un disturbo specifico da una fatica aspecifica: tre figure per valutare con modalità differenti lo sviluppo dell’apprendimento che è multiforme, con una grande valenza affettiva e caratteristiche evolutive peculiari in ogni fascia d’età. Occorre una  diagnosi multidisciplinare per non perdere i tempi personali dello sviluppo, dell’evoluzione, dell’autostima, per limitare gli oneri economici a volte insostenibili, vista le lunghe liste d’attesa dei servizi pubblici, per potenziare il recupero anche nell’ambito scolastico attingendo all’energia e all’esempio del gruppo dei pari, o per valorizzare la mediazione  famigliare dove possibile.
La Regione Lombardia nel tentativo di rispondere ai bisogni del cittadino e di applicare la legge, ha istituito un tavolo di lavoro che nel 2012 cercherà di descrivere chi fa cosa e come, ribadire i tempi, non tanto della diagnosi ma anche della presa in carico. La Consensus Conference indica tempi così brevi di intervento (20-25 sedute) che possono servire solo a stimolare abilità peculiari o indicare input da approfondire in altri ambiti.
E’ di nuovo una questione di tempi e, tornando alla metafora, bisogna rendere un minestrone surgelato degno della tradizione culinaria italiana.

Tempo di iscrizioni all'anno scolastico 2012-2013

Superando.it del 10-01-2012 (*a cura di Salvatore Nocera)

È stata una Circolare Ministeriale del 29 dicembre scorso a fissare le disposizioni relative alle iscrizioni nelle scuole di ogni ordine e grado, determinando la data conclusiva di tale operazione al 20 febbraio prossimo. Ne analizziamo le parti che direttamente e indirettamente riguardano gli alunni con disabilità

ROMA. Con la Circolare n. 110 del 29 dicembre scorso, il Ministero dell'Istruzione ha emanato le disposizioni relative alle iscrizioni nelle scuole di ogni ordine e grado, fissando la data conclusiva di tale operazione al 20 febbraio prossimo.
Nelle Premesse del provvedimento si dispone espressamente che: «Le domande di iscrizione [siano] accolte entro il limite massimo dei posti complessivamente disponibili nella singola istituzione scolastica, limite definito sulla base delle risorse di organico e dei piani di utilizzo degli edifici scolastici predisposti dagli Enti Locali competenti. Resta inteso, comunque, che l'Amministrazione scolastica deve garantire in ogni caso, soprattutto per gli alunni soggetti all'obbligo di istruzione, la fruizione del diritto allo studio attraverso ogni utile forma di razionalizzazione e di indirizzo a livello territoriale». Ciò significa, per un verso, che è l'organico di diritto a determinare il numero delle classi, ma anche il rispetto delle leggi sulla sicurezza delle aule e degli edifici che, com'è noto, non consentono di norma più di venticinque alunni per classe.
Osservazioni
Al proposito la Circolare non fa alcun riferimento al Decreto del Presidente della Repubblica (DPR) 81/09 - del quale tuttavia si dovrà tenere conto - il cui articolo 5, comma 2 prevede che, di norma, una classe ove siano presenti alunni con disabilità non possa superare il numero di venti alunni, elevabile a ventidue in forza dell'articolo 4 dello stesso DPR, ma anche riducibile a meno di venti, in forza del medesimo articolo 4 e anche dell'articolo 8, sempre del DPR 81/09.
Ciò, unitamente all'insufficiente capienza di singole aule, può legittimare la richiesta di sdoppiamenti di classi e quindi di aumenti di organico (se ne legga già in questo sito cliccando qui e anche qui).

L'articolo 1, poi, della Circolare prodotta nei giorni scorsi, nel precisare che le richieste di tempo pieno e prolungato possono essere accolte secondo la disponibilità delle risorse assegnate, richiama la normativa sul diritto all'istruzione domestica o parentale e all'adempimento dell'obbligo scolastico sino al compimento del sedicesimo anno di età.
Osservazioni
Con riguardo all'istruzione parentale, è opportuno ricordare che la Sentenza 226/01 della Corte Costituzionale stabilisce che per gli alunni con disabilità essa non è una valida modalità di adempimento dell'obbligo scolastico, poiché per loro l'unica forma di scolarizzazione è data dall'inclusione.
Quanto al termine dei sedici anni per l'adempimento dell’obbligo scolastico, è da tener presente che per gli alunni con disabilità esso può adempiersi sino al compimento del diciottesimo anno di età, alla luce dell'articolo 14, comma 1, lettera c della Legge 104/92.

L'articolo 2 ribadisce quindi che all'obbligo scolastico si possa adempiere anche tramite i corsi di formazione professionale e i corsi di istruzione per gli adulti.
Osservazioni
Qui è bene ricordare che gli alunni che al compimento del diciottesimo anno di età non abbiano ancora completato la scuola secondaria di primo grado, devono continuare gli studi presso i centri di istruzione per gli adulti - come stabilisce la già citata Sentenza 226/01 della Corte Costituzionale - e che quelli con disabilità abbiano in tali centri il diritto a tutti i benefìci previsti dal loro diritto allo studio inclusivo, secondo quanto stabilito dall'Ordinanza Ministeriale 455/97, richiamata dalla medesima Sentenza 226/01.

E ancora, l'articolo 3 stabilisce che per le iscrizioni alle scuole superiori, i genitori indichino altre due scuole, nel caso la domanda non possa essere accolta per eccesso di iscrizioni e per l'applicazione dei criteri di priorità stabiliti nella preventiva Delibera del Consiglio di Istituto che, come detto nelle Premesse, dev'essere pubblicata all'Albo di Istituto prima delle iscrizioni, senza necessitare di autorizzazioni ministeriali, dovendo per altro rispondere a criteri di ragionevolezza.
In caso poi di trasferimento di scuola, anche ad anno scolastico iniziato, dev'essere rilasciato il nullaosta.
Osservazioni
In tali criteri sembrerebbe poter rientrare anche la Delibera di non iscrivere in una classe più di due alunni con disabilità non grave, sulla base dell'analogo criterio indicato dalle Linee Guida Ministeriali per l'Integrazione Scolastica del 4 agosto 2009 e dalla già citata Circolare Ministeriale 63/11.
In caso di trasferimento di scuola di un alunno con disabilità - stante la norma dello spostamento dei docenti anche per il sostegno solo su propria decisione - è da ritenere che l'alunno abbia diritto a chiedere un altro docente per le attività di sostegno.

L'articolo 4, infine, riguarda espressamente gli alunni con disabilità e vi si precisa innanzitutto che per l'iscrizione occorre la certificazione di disabilità di cui al Decreto del Presidente del Consiglio (DPCM) 185/06 e il Profilo Dinamico Funzionale (PDF), che va aggiornato alla fine di ogni grado di scuola, come previsto dall'articolo 12, comma 8 della Legge 104/92 e dall'articolo 4, comma 4 del DPR del 24 febbraio 1994.
Sulla base quindi delle esigenze ivi indicate, vanno formulate nel Piano Educativo Individualizzato (PEI) le richieste delle risorse necessarie (sostegno, assistenza per l'autonomia e la comunicazione, trasporto, assistenza igienica, eliminazione di barriere architettoniche e sensopercettive ecc.), come stabilito dall'articolo 9, comma 15 e dall'articolo 10, comma 5 della Legge 122/10, che richiama il principio del rispetto delle «effettive esigenze» dell'alunno, stabilito dalla Legge 296/06, articolo 1, comma 605, lettera b.
Si precisa che gli alunni con disabilità frequentanti la scuola secondaria di primo grado che non abbiano ancora compiuto 18 anni prima dell'inizio del nuovo anno scolastico e che conseguano agli esami solo l'attestato con la certificazione dei crediti formativi maturati, hanno diritto - con il semplice attestato - a iscriversi alle scuole superiori, al solo fine di conseguire un altro attestato agli esami finali.
Osservazioni
Circa le certificazioni necessarie per l'iscrizione, è da ritenersi che nulla sia mutato a seguito della Direttiva n. 14 del 29 dicembre 2011 del Ministero della Pubblica Amministrazione e della Semplificazione, secondo la quale «tutti gli status, le qualità personali e i fatti» di cui all'articolo 46 del DPR 445/00, risultanti da certificazioni pubbliche, devono essere prodotti alle Amministrazioni Pubbliche tramite autocertificazione sostitutiva di atto di notorietà. Infatti, il citato articolo 46 elenca tassativamente le qualità personali che devono essere autocertificate e tra queste non figurano le certificazioni di disabilità.
Pertanto, all'atto dell'iscrizione, si deve continuare a consegnare alla scuola la certificazione di cui al citato DPCM 185/06 in originale.

Quanto poi all'aggiornamento del Profilo Dinamico Funzionale, esso dev'essere effettuato non dalla sola ASL, ma da tutto il Gruppo di Lavoro Handicap Operativo (GLHO), composto dagli operatori della stessa ASL che seguono l'alunno, da tutto il Consiglio di Classe dell'ultimo anno del grado di scuola e dalla famiglia, come stabilito dall'articolo 12, comma 5 della Legge 104/92.
Pertanto, è evidentemente illegittima la prassi secondo cui molte scuole richiedono alle sole ASL l'aggiornamento della Diagnosi Funzionale (DF), in luogo dell'aggiornamento del PDF, che non è di competenza della sola ASL.
Tutto, per altro, diverrebbe più semplice se si applicasse l'Intesa Stato/Regioni del 20 marzo 2008 che prevedeva l'accorpamento della DF con il PDF, ma che non ha trovato ancora attuazione.

Va detto in conclusione che questo articolo 4 della Circolare 110/11 chiarisce definitivamente che solo gli alunni che non hanno compiuto i 18 anni prima dell'inizio dell’anno scolastico possono iscriversi alle scuole superiori con il semplice attestato.
Tale norma trova i suoi logici fondamenti nella Sentenza 215/87 della Corte Costituzionale, che ha affermato il diritto pieno e incondizionato di tutti gli alunni con disabilità, anche gravissima, a realizzare l'inclusione nelle scuole superiori. Tale Sentenza, però, per essere applicabile, necessitava di una norma che consentisse l'iscrizione alle scuole superiori anche in assenza del diploma di licenza media. Ebbene, questa norma è stata emanata con l'articolo 11, comma 12 dell'Ordinanza Ministeriale 90/01, confermata dall'articolo 9 del DPR 122/09, secondo la quale, tuttavia, tale possibilità eccezionale è giustificata dalla necessità di consentire agli alunni con disabilità di adempiere l'obbligo scolastico sino al compimento del diciottesimo anno di età, come sopra detto, anche nelle scuole superiori.

*Vicepresidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap). Responsabile del Settore Legale dell'Osservatorio Scolastico dell'AIPD (Associazione Italiana Persone Down). Il presente testo riadatta una scheda già pubblicata nel sito dell'AIPD, per gentile concessione.

che la dislessia, sia la misura della scuola...

Cari amici ho ricevuto nella posta dell'Associazione questa mail, e la giro perchè è una conferma che non bisogna mai porsi dei limiti e avere perseveranza.

Da Massimo Rondi
A coloro che riceveranno questa lettera:
Chiedo scusa se qualcuno penserà che non gli interessa, ma è una testimonianza che vi chiedo di far girare, in nome della accessibilità, per tutti i lettori in difficoltà... qualsiasi difficoltà incontrino.Come dislessico lieve non riconosciuto vorrei ringraziare il professor Stella (Fondatore Associazione Italiana dislessia, Ordinario di Psicologia clinica, Università di Modena e Reggio Emilia) per il suo chiarificatore intervento riportato nei giorni scorsi anche su La Stampa, a proposito delle diagnosi di dislessia.Qui il link al testo comparso su Il Corriere della Sera: http://www.corriere.it/salute/disabilita/11_dicembre_20/troppe-diagnosi-dislessia-replica_b39dd896-2b22-11e1-b7ec-2e901a360d49.shtmlCiò che mi salvò, ai miei tempi, fu l’acutezza di una maestra intelligente e attenta che identificò il mio problema e adottò – lo comprendo ora – maniere dispensative e compensative ante litteram. Ciò mi permise di mettermi in linea con i miei compagni, pur facendo il doppio della fatica. Ma so che moltissimi altri dislessici, seppure nati parecchi anni dopo di me, non hanno incontrato  uguale lungimiranza: penso a Daniele Zanoni, che si è sentito dire da un’insegnante: Non combinerai mai nulla, e si è laureato in fisica. Grazie alla sua grande cocciutaggine.Ma perché dobbiamo ottenere con fatica ciò che è un nostro diritto? Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…(Costituzione della Repubblica Italiana, Principi fondamentali, Articolo 2). Questa era la premessa della collana Junior di Edizioni Angolo Manzoni, per dire che tutti i bambini hanno diritto alla “lettura”. Se i libri in commercio non sono adeguati, si facciano libri ergonomici… Questo è uno scopo della Legge n. 170 recentemente varata, “Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento”: adottare metodi e strumenti dispensativi e compensativi...Oltre all’AID vorrei ringraziare Vittoria Franco, Franco Asciutti e gli altri parlamentari che l’hanno promossa; Laura Ceccon e tutti quelli che l’hanno appoggiata nel pretenderne la promulgazione e tutte le associazioni,  i gruppi, enti e circoli di esperti,  insegnanti e genitori che sono sorti col proposito di far sì che la scuola sia a misura di dislessici, anzi che la dislessia sia la misura della scuola.
E non fermiamoci qui!Concluderei con la famosa foto di Einstein da "Storie di normale dislessia", di Rossella Grenci e Daniele Zanoni (Junior D EasyReading - font "ad alta leggibilità" mirato ai DSA Edizioni Angolo Manzoni 2011):http://www.10righedailibri.it/prime-pagine/storie-normale-dislessia-15-dislessici-famosi-raccontati-ai-ragazziE con alcune informazioni:http://www.rossellagrenci.com/2012/01/caratteri-di-stampa-per-i-dislessici/http://www.angolomanzoni.it/pdf/carattere_easyreading_presentazione.pdf

martedì 10 gennaio 2012

Conti distinti, per favore!

Tratto da http://www.educationduepuntozero.it
Nei processi di valutazione e di efficienza del sistema scolastico non ci si può affidare a criteri docimologici che escludono i ragazzi più deboli e fragili. Per questo, sarebbe un bene rivedere le prove Invalsi che vengono calate dall’alto, discriminando, facendo “parti uguali fra disuguali”.
È tempo di tagli e di valutazioni. La scuola, come si sa, è stata tagliata e umiliata dal precedente governo che l’ha ridotta in condizioni di non “nuocere” più alla salute culturale del nostro Paese. Gli insegnanti sono stati presi di mira e sono stati visti come i responsabili primari degli scarsi apprendimenti dei nostri studenti nelle prove Invalsi e nei consessi internazionali (prove Ocse-Pisa).

Così si è cercato di rimediare attraverso la sperimentazione del progetto “Valorizza”, fortemente voluto dal ministro Gelmini e ripreso dall’attuale ministro Profumo. Il progetto “Valorizza” ha, infatti, coinvolto 33 scuole italiane, collocate in Piemonte, Lombardia e Campania, che “volontariamente” si sono impegnate in un percorso di valutazione interna (condotta da un nucleo formato dal dirigente scolastico e due docenti scelti dal collegio), per scegliere i colleghi considerati migliori, secondo il giudizio espresso dai genitori, dagli studenti, nelle scuole superiori, e (appunto) dai colleghi (oltre che dal preside).

Ai colleghi “bravi per sentito dire” è stata elargita una quattordicesima.

È ormai cosa risaputa che anche le prove Invalsi vengono somministrate per individuare le scuole più carenti e per accertarsi del livello di competenza degli insegnanti che vi operano.

Per chi avesse ancora dei dubbi in merito, ecco uno stralcio della lettera di intenti del Governo all’Unione Europea (26/11/2011). Nel documento si legge testualmente: “L’accountability delle singole scuole verrà accresciuta (sulla base delle prove INVALSI), definendo per l’anno scolastico 2012-13 un programma di ristrutturazione per quelle con risultati insoddisfacenti”.

Ritornando al progetto “Valorizza”, pensate che nella valutazione degli insegnanti, un approccio “reputazionale” possa migliorare la qualità e l’efficienza delle scuole? Ecco cosa ne pensa il professor Maurizio Tiriticco: “Da quanto ho saputo da amici e da quanto avevo superficialmente ‘annusato’, l’esperienza tanto attesa, tanto vantata e tanto esaltata ha lasciato il tempo che trova! Ma che significa una valutazione fondata sul principio del ‘volemose bene’? Ma sì, il profff Tal dei Tali merita, è tanto bbbono, tanto bbbravo, tanto bbbenvoluto... invece la prof Tal’altra... non mi sembra che... e tu che dici? Ma, io direi... sì certamente... E lei che dice? Ma non so, però... Insomma, me li vedo di scuola in scuola, senza contesti precisi, senza parametri, senza indicatori, senza descrittori... parole grosse? No! Parole vuote! Insomma, tutto all’insegna del buon senso? Della reputazione della piazza? Mah! Ce n’è di strada da fare per la valutazione di sistema... A proposito... esiste un sistema? Sulla carta sì! Anzi, un ‘sistema educativo nazionale di istruzione e formazione’, e con tanto di virgolette... altro che l’insieme di scuole, anzi di unità scolastiche del buon tempo antico! Così dovrebbe essere, ma... Forse le distanze che ha preso il Ministro dalla Valorizzazione nascono proprio dai dubbi e dagli interrogativi che molti hanno rilevato! Continuiamo a giocherellare e nel frattempo... continuiamo a tagliare... questa sì che è una cosa seria! ‘Prima ci tagliano e poi ci valutano! Ma che vogliono da noi?’ Così dicono gli insegnanti!!! Quelli che veramente meritano! E poi, con questa comprensivizzazione forzata? Felice fine Ottocento quando il Regno fondava scuole e anche belle, funzionali, ancora esistenti! Felici anni Settanta quando avviammo la scuola dell’obbligo e costruimmo scuole nei più sperduti comuni... Ora invece con questa progressiva dismissione dell’intero sistema scolastico, ci imporranno pure le prove Invalsi? Io credo alla valutazione di sistema, ma prima bisogna adoperarsi per farlo funzionare e poi lo si può valutare. Ora abbiamo il contrario! Abbiamo dismesso la Ferrari per acquistare di seconda mano una vecchia 500, però vogliamo... anzi, vogliono che funzioni come una Ferrari! Proposta! SOSPENDIAMO LE PROVE INVALSI FINCHÉ NON ABBIAMO RIMESSO IN PIEDI LA SCUOLA!!!”

Se proprio si devono valutare gli insegnanti, le loro competenze, la loro professionalità, la loro umanità, si insista sulla registrazione obiettiva (educativa, cognitiva ecc. ) della situazione di partenza di un alunno, di un gruppo di alunni, di una classe e poi, dopo cinque anni nella primaria, tre anni nella secondaria di I grado, due e tre anni nelle superiori, si appurino e si stimino i risultati raggiunti dai discenti, i traguardi di competenza conseguiti nelle diverse aree disciplinari e nell’esercizio della cittadinanza attiva rispetto alla situazione di partenza. Per far questo, sarà necessario assicurare la continuità educativo-didattica dei docenti e investire fondi mirati per dotare le scuole di mezzi e strumenti necessari per permettere di svolgere compiti di prestazione autentici,complessi, significativi, personalizzati. Compiti di senso e di alto valore formativo!

Le scuole, dal basso, devono esprimere le metodologie e i criteri più adatti, significativi e di senso, per una valutazione autentica che tenga conto dei ritmi e degli stili di apprendimento di ogni alunno.

Nei processi di valutazione e di efficienza del sistema scolastico non ci si può affidare a criteri docimologici che escludono i ragazzi più deboli e fragili. Per questo, sarebbe un bene rivedere le prove Invalsi che vengono calate dall’alto, discriminando, facendo “parti uguali fra disuguali”.

Conti distinti, per favore!

sabato 24 dicembre 2011

AUGURI A TUTTI

Voglio augurare a tutti gli amici che da tempo ci seguono e ci confortano un sereno Natale e  un forte abbraccio a tutti i nostri ragazzi. 
Serene Feste a tutti
 

martedì 20 dicembre 2011

Apprendimento, i dislessici senza esserlo. Come evitare "recuperi" che non servono

La Repubblica del 20-12-2011
Apprendimento, i dislessici senza esserlo. Come evitare "recuperi" che non servono
L'obiettivo è salvare i bambini dai danni di percorsi di recupero ritagliati su misura a causa di "etichette disgnostiche" che non hanno fondamento nella realtà. L'allarme dell'Istituto di Ortofonologia: un bambino su cinque in Italia è considerato dislessico senza esserlo. Sul 23% degli alunni con disturbi dell'apprendimento, solo il 4% è a rischio
ROMA. Salvare i bambini dai danni di percorsi di recupero erroneamente "ritagliati" su loro misura a causa  di etichette diagnostiche fuori luogo. E' l'Istituto di Ortofonologia a lanciare l'allarme: un bambino su cinque, in Italia, viene considerato dislessico senza esserlo. In percentuale, sul 23% degli alunni segnalati nelle scuole come affetti da "disturbi specifici di apprendimento"  solo il 4% è realmente a rischio.  Che ne sarà di tutti loro?
E i veri problemi restano irrisolti. "Segnalare come dislessici bambini che in realtà non lo sono - spiega  il direttore dell'IdO, Federico Bianchi di Castelbianco - significa condizionarne lo sviluppo. Dare strumenti compensativi e dispensativi ad un bambino che può farcela con le proprie forze vuol dire portarlo ad autodefinirsi incompetente ed incapace: lo si dirotta su percorsi alternativi come portatore di una disabilità che non ha, mentre i veri problemi restano non affrontati. Il che lascerà un vuoto di conoscenze che si ripercuoterà pesantemente sul curriculum studiorum con, tra l'altro, oneri economici non sostenibili e totalmente inutili". 
Non malattie, ma impedimenti. Per la dislessia,  la disgrafia,  la disortografia e la discalculia - che non sono malattie da cui guarire, piuttosto impedimenti all'apprendimento - esiste, dal 2010, una nuova disciplina contenuta nelle nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico (legge pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 18 ottobre 2010). La buona notizia è che questa legge ha il merito di aver colmato un "vuoto legislativo" che riguardava le persone con disturbi specifici dell'apprendimento (in considerazione del fatto che non possono essere applicate in questi casi le disposizioni della legge 104 per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate). La cattiva, spiega il presidente dell'Ido, è che sono aumentate "le segnalazioni, alle quali però non corrispondono casi reali. E' un effetto abbastanza tipico: è come se le insegnanti, le mamme avessero trovato una spiegazione degli errori dei propri figli e dei propri alunni. In realtà spesso si tratta di solo di disturbi comuni".
Cosa fare dunque? La risposta è nella scuola. Più che aumentare la presenza di specialisti esterni bisogna potenziare le competenze dei docenti interni, cioè dare loro la migliore metodologia di supporto per arginare il problema legato alla sproporzionata segnalazione dei Dsa (Disturbi Specifici dell'Apprendimento) nei diversi momenti dell'iter scolastico (materna, primaria, secondaria di primo e secondo grado). Per raggiungere questo obiettivo l'Ido ha messo in piedi un progetto sperimentale durato un anno che ha dimostrato come una maggiore attenzione e proposte diversificate per gli studenti siano strumenti efficaci ed efficienti per evitare false "etichette diagnostiche". Tra i risultati, la necessità di rispettare i tempi dei bambini. Evidente è il caso degli anticipatari, che hanno fatto due anni di materne invece di tre. A loro viene richiesto di imparare a scrivere e leggere prestissimo. "Il 3% dei bambini anticipatari - spiega il direttore - vive un disagio generalizzato che spesso viene letto come un disturbo intellettivo, quando è quasi sempre una evidente questione di maturità".
La competenza degli insegnanti. "Il progetto ha dimostrato - conclude il direttore dell'IdO - che gli insegnanti possono individuare con maggiore sicurezza i bambini a rischio Dsa, ma che tale competenza deve essere ampliata, poiché alcune alterazioni nell'area linguistica, visuo-spaziale ed emotiva non vengono considerate in modo adeguato per la loro reale difficoltà. È sufficiente - conclude - ampliare tale competenza per far calare un allarme sociale e far sì che le problematiche scolastiche vengano risolte all'interno della scuola stessa".
di Anna Maria De Luca

lunedì 19 dicembre 2011

Sospendiamo l'Invalsi? Finché non sarà chiarito il suo ruolo? E non avremo obiettivi comuni da testare?

ITALIA SCUOLA - Occorre dare atto al Ministro Profumo di avere cominciato... ad "aprire la borsa"! Era il mio auspicio nella lettera aperta dello scorso 19 novembre! Infatti, è di questi giorni la sottoscrizione del Patto d'azione e coesione con cui verranno investiti nelle scuole del Sud 1,3 miliardi di fondi europei. Si tratta di una iniziativa che segna una svolta riguardo alla politica dei tagli! Ma ora la buona volontà del ministro si deve misurare su un'altra questione, quella di cui alla citata lettera aperta: le prove Invalsi. Che fare?
Non ritorno a tutto ciò che ho già detto in merito alla valutazione di sistema, come sia stata concepita e delineata nella legge 53/03 e come da questa sia discesa tutta la macchina Invalsi. Mi limito ad alcune considerazioni e ad alcuni interrogativi. Forse sarebbe necessaria una riflessione complessiva - e non solo da parte mia - su che cosa si intende per valutazione di sistema e, di conseguenza, sulle scelte effettuate dalla nostra amministrazione.
Ma preferisco entrare nel merito e vado direttamente a quanto dettato dall'articolo 3 della citata legge 53/03, relativo alla "valutazione degli apprendimenti e della qualità del sistema educativo di istruzione e di formazione" (professionale regionale, n.d.a.). Al punto a) si afferma che la valutazione degli apprendimenti è di competenza dei docenti. Si ribadisce per altro quanto è detto nel comma 4 dell'articolo 4 del dpr 275/99, in cui leggiamo che le istituzioni scolastiche "individuano le modalità e i criteri di valutazione degli alunni nel rispetto della normativa nazionale". Al punto b) si afferma testualmente che "ai fini del progressivo miglioramento e dell'armonizzazione della qualità del sistema di istruzione e di formazione, l'Invalsi effettua verifiche periodiche e sistematiche sulle conoscenze e abilità degli studenti e sulla qualità complessiva dell'offerta formativa delle istituzioni scolastiche e formative". Con tale assunto si rende operativo quanto affermato nel dpr 275/99, art. 10, comma 1: "Per la verifica del raggiungimento degli obiettivi di apprendimento e degli standard di qualità del servizio, il Ministero della Pubblica Istruzione fissa metodi e scadenze per rilevazioni periodiche".
Eravamo all'inizio degli anni 2000 e giungevamo allora pressoché ultimi in Europa a queste innovazioni! Da noi si cominciava a parlare allora timidamente di competenze e ancor più timidamente di valutazione di sistema. In effetti, di competenze al punto b) del citato articolo non c'è traccia tra gli oggetti da rilevare da parte dell'Invalsi, ma si insiste sulla necessità di verificare la qualità complessiva dell'offerta effettuata dalle istituzioni scolastiche.
Ritornando all'epigrafe del citato articolo 3, si individuano due oggetti da valutare, gli apprendimenti e la qualità del sistema. E mi chiedo: esiste una differenza tra gli apprendimenti raggiunti dagli alunni e la qualità del sistema? Indubbiamente sì! Gli apprendimenti sono la risultante del sistema, la più importante, le finalità stesse per cui il sistema è stato creato! Ma vanno considerati i fattori costitutivi del sistema, ad esempio l'insieme delle risorse finanziarie, strutturali e umane, l'efficacia e l'efficienza dei rapporti tra istituzioni scolastiche e altri soggetti: quali l'amministrazione scolastica decentrata, gli Usr e gli Usp (il Miur, com'è noto, in forza della governance, non ha più un rapporto diretto con le scuole), le Regioni e gli Enti locali, che hanno ampio titolo in materia di programmazione della rete scolastica, certe istituzioni del territorio, il mondo del lavoro, le dotazioni e le attrezzature degli edifici scolastici, il livello dell'offerta di istruzione erogata dagli insegnanti, per citare i più significativi. E va anche considerato l'apporto delle "valenze educative" del territorio... per non dire che a volte pesano, e non poco, le valenze diseducative!
Ora, se agli insegnanti si chiede di erogare istruzione e valutare apprendimenti, a un istituto di valutazione di sistema si dovrebbero affidare altri compiti, di indagare sull'insieme dei legami che corrono tra istituzioni scolastiche e tutti gli altri fattori, di cui gli apprendimenti sono solo una risultante. In effetti, l'esito negativo di un apprendimento - è notorio - non è detto che derivi necessariamente o soltanto da un insegnamento non efficace: ormai la letteratura in materia dei fattori che concorrono e incidono sugli apprendimenti è vastissima.
Eravamo agli inizi del 2000 e, forse, oggi non scriveremmo più quel comma in quel modo. In effetti, con quel dettato, a valutare gli apprendimenti intervengono due soggetti, gli insegnanti prima e l'Invalsi dopo. Ma ha un senso questo doppio intervento? Si intende, forse, mettere in dubbio, l'operato degli insegnanti? Certamente, non voleva essere questo l'intento della norma, perché le "verifiche periodiche e sistematiche" effettuate dall'Invalsi potrebbero avere come oggetto le valutazioni prodotte dagli insegnanti e dalle istituzioni scolastiche, o un insieme di prove proposte e valutate dagli insegnanti, sulle quali condurre un "ragionamento" più complessivo, più che una seconda valutazione in senso stretto su prove "altre". Il che per verificare quali condizionamenti extrascolastici hanno portato a quegli esiti in termini di apprendimenti e perché: rilevare quindi qual è il prodotto delle singole scuole sull'intero scacchiere nazionale, quale differenze si rilevano tra scuole e territori, insomma tutto ciò che riguarda l'esito di una ricerca censitaria, indubbiamente anche utile e necessaria. Però!!!
Di qui il però: a che serve portare vasi a Samo? Perché portare nuove prove laddove già se ne producono quotidianamente? Non sarebbe stato sufficiente censire gli esiti degli apprendimenti già largamente documentati dalla scuole stesse su registri degli insegnanti, pagelle e registri degli alunni? Ed è proprio qui il punctum dolens! Il fatto è che l'azione di un'istituzione che attende alla valutazione di sistema dovrebbe riguardare i fattori che soggiacciono a determinati esiti in materia di apprendimento. Quali apprendimenti emergono da un contesto debole e povero sotto il profilo socioculturale, amministrativo, strutturale, ecc? Quali, invece, da un contesto ricco? E perché? E come bisogna intervenire per le correzioni del caso? Si deve intervenire direttamente sul contesto - e sarebbe auspicabile - oppure sull'istituzione scolastica, rafforzandola nelle sue risorse e strutture perché l'offerta formativa abbia successo? Interrogativi di non poco conto! E non è detto che vi sia sempre un nesso diretto e incontrovertibile tra contesto e prodotto. Ed è su questi legami che poi si potrebbe intervenire con tutte le riflessioni e le iniziative del caso. Allora soltanto il decisore politico potrebbe scegliere se, come e perché intervenire a correggere, aiutare o a gratificare! In effetti, una valutazione di sistema dovrebbe concorrere proprio a questo: sostenere il decisore politico nelle sue azioni, indicare modifiche, se necessario, per quanto riguarda le sue scelte a qualunque livello deliberativo.
Vi è un'altra considerazione da fare: si sostiene che l'Invalsi, dopo le sue rilevazioni, è in grado di comunicare alle singole istituzioni scolastiche in che cosa eccellano, in che cosa difettino, ma... A questo punto occorre fare una riflessione: le prove predisposte dall'Invalsi su quali obiettivi di apprendimento (non scendiamo nella distinzione tra conoscenze, abilità e competenze, che complicherebbe il discorso) sono costruite? In effetti, per tutte le prove somministrate in primavera l'area della indeterminazione è immensa. E per più ragioni.
Per quanto riguarda il primo ciclo di istruzione, è più che noto che sono sul campo più opzioni da parte delle singole scuole: le Indicazioni nazionali della Moratti e le Indicazioni per il curricolo di Fioroni, ambedue vigenti e, ovviamente, diverse le prime dalle seconde sia per la definizione e la scansione dei contenuti che per gli obiettivi perseguiti: le prime afferiscono a indeterminati "piani di studio personalizzati", le seconde ad altrettanto indeterminati "traguardi per lo sviluppo delle competenze". Per non dire che sono tuttora presenti nelle scuole richiami ai programmi dell'85 per la scuola primaria e a quelli del '79 per la scuola media; e che è anche vigente il dpr 89/09, "revisione dell'assetto ordinamentale, organizzativo e didattico della scuola dell'infanzia e del primo ciclo di istruzione". Questa varietà e indeterminatezza della proposta ministeriale rende variabili e indeterminati anche gli obiettivi perseguiti e conseguiti dalle singole scuole e dai singoli insegnanti. Infatti, si verifica che nelle stesse classi di diversi istituti si sono raggiunti per il giorno della prova Invalsi obiettivi diversi.
Per quanto riguarda il secondo ciclo, l'indeterminatezza sarebbe meno grave, ma ad una condizione: che tutte le scuole perseguano coerentemente gli obiettivi proposti dal dm 139/07, relativo all'innalzamento dell'obbligo di istruzione, in cui sono chiaramente indicate le competenze proposte sia per la lingua italiana che per la matematica. Infatti, com'è noto, la "cultura di un obbligo a 16 anni" - se si può dire così - non è passata nella medesima misura in tutte le scuole. Per cui, i livelli di competenza raggiunti - e siamo a maggio - sono estremamente diversificati.
Per la prova somministrata alla fine della terza media vale lo stesso discorso. Non solo pesa l'indeterminatezza della proposta ministeriale, ma accade anche che le scuole siano chiamate a certificare competenze da loro "liberamente" adottate. Chi ha un po' di dimestichezza in materia di competenze sa che queste non possono essere "inventate" da chicchessia! Occorre sempre un ente terzo che dichiari quali competenze debbano essere perseguite, accertate e verificate. Nessuno può "inventare" quali siano le competenze di un cuoco o di un pianista, di un barbiere o di un avvocato! Per non dire poi che parlare di competenze che abbiano una loro credibilità e una loro concretezza prima del conseguimento dell'obbligo di istruzione è una cosa tutta da verificare: ma questo sarebbe un altro discorso, sul quale chi ha autorità in materia dovrebbe esprimersi. In conclusione, anche la prova Invalsi alla fine della terza media rischia soltanto di alterare nel più o nel meno giudizi già di fatto espressi dagli insegnanti di classe e dalle commissioni d'esame.
Occorre anche considerare che queste difficoltà sono anche profondamente avvertite dagli stessi insegnanti, i quali vedono nelle prove Invalsi non un sostegno al proprio lavoro, ma una indebita interferenza. Ed è per queste ragioni che la maggioranza delle scuole o si rifiuta di "collaborare" con l'Invalsi per tutta una serie di ragioni che hanno sempre fondamenti giustificati, oppure "esegue il compito" per senso del dovere ma con grande disappunto! Ma c'è di più, e ciò è ancora più grave: che la prova Invalsi finisce con il costituire il modello a cui ispirare tutta l'attività dell'insegnante. Di fatto costui, invece di progettare la sua azione in ordine alle finalità e agli obiettivi generali del sistema di istruzione (nello specifico, gli articoli 1 e 8 del dpr 275/99), per altro estremamente ondivaghi nelle norme che si sono avvicendate nell'ultimo decennio, la progetta in ordine a "quella" specifica prova Invalsi. E va aggiunto che la genericità delle norme vale anche per chi costruisce la prova: l'Invalsi non è immune da tale genericità, e le sue prove fanno aggio più sul buonsenso del consumato insegnante che su determinati obiettivi di apprendimento.
Da quanto esposto risulta evidente che su tutta questa materia occorre fare anzitutto chiarezza. A che punto è l'"armonizzazione" delle Indicazioni della Moratti e di quelle di Fioroni, a cui sta lavorando una commissione ad hoc presso il Miur? Infatti, solo a lavoro compiuto potremmo disporre di obiettivi specifici di apprendimento univoci da proporre ad alunni, insegnanti ed esperti Invalsi. Analogo discorso vale per il biennio dell'obbligo, nella misura in cui "l'equivalenza formativa di tutti i percorsi" verrà veramente assicurata, come recita il comma 2 dell'articolo 2 del dm 139/07. E, per quanto riguarda i trienni successivi, va considerato che andranno a regime dal prossimo anno sia le Indicazioni nazionali dei licei che le Linee guida degli istituti tecnici e professionali.
Insomma, siamo di fronte a tante tessere di un mosaico che ancora non hanno trovato la loro corretta collocazione. Ed è difficile che in una situazione ancora in movimento si possano condurre rilevazioni attendibili! Al limite, solo quando si avranno certezze sugli obiettivi da testare - e che siano i medesimi per le istituzioni scolastiche e per l'Invalsi - si potrebbe riproporre l'opportunità che insegnanti e Invalsi insistano a valutare i risultati finali di dati apprendimenti. Ma è un discorso in divenire, anche perché va anche considerato come le stesse prove Invalsi abbiano suscitato più di qualche dubbio circa la loro correttezza docimologica.
Per concludere, ciò che oggi pesa di più è la politica dei tagli indiscriminati, degli accorpamenti e delle comprensivizzazioni forzate, nonché la precarietà che caratterizza il lavoro in molte scuole: sono tutti fattori che non favoriscono l'esercizio di una didattica ottimale. E' l'insegnante stesso a reclamare: "Ma perché vuoi valutare il mio operato, se prima non mi metti in condizione di esercitare al meglio la mia professione?"
E allora, per tutta questa serie di ragioni, non sarebbe il caso di sospendere la somministrazione delle prove Invalsi finché l'intero assetto ordinamentale, le finalità e gli obiettivi del sistema di istruzione non siano stati definiti con la chiarezza che è necessaria? Prima diamo alle scuole certezze in ordine alle finalità e agli obiettivi del sistema di istruzione, eroghiamo i fondi necessari per garantire loro un buon funzionamento, poi controlliamo se e come il sistema procede e in che cosa occorre sostenerlo!

Maurizio Tiriticco
18/12/2011

giovedì 8 dicembre 2011

Disturbi Specifici Di Apprendimento Di Tipo Non Verbale

Di Che Cosa Si Tratta
I disturbi specifici di tipo non verbale molte volte producono conseguenze sulle competenze scolastiche e molto spesso possono determinare difficoltà simili a discalculia, aprassia, o difficoltà di problem solving geometrico. Tra i disturbi dell’apprendimento, quello di tipo non verbale è il meno studiato, tra i pochi studi recenti quelli più importanti sono quelli di Rourke che ha definito i disturbi specifici dell’apprendimento di tipo non verbale come Sindrome Non Verbale. Attraverso l’analisi delle prestazioni, dei comportamenti e analisi neurologiche di soggetti con questo disturbo, Rourke ha individuato 10 caratteristiche essenziali che li contraddistinguono:
  • Problemi di tipo percettivo e tattile (soprattutto nel lato sinistro del corpo). È assente una buona elaborazione percettiva non a livello di integrazione logica ma di elaborazione degli stimoli sensoriali.
  • Problemi di coordinazione psicomotoria, si tratta di soggetti incapaci e lenti nel compiere movimenti.
  • Deficit visuo-spaziali; i soggetti presentano problemi di memoria di lavoro, in particolare deficit riguardanti il taccuino visuo-spaziale. Se si chiede a questi soggetti come scrivere una F rovesciata, essi devono compiere più passaggi come ricordare come è fatta la lettera, immaginare di ruotarla a 180°, immaginare come scriverla e poi scriverla. Per verificare queste difficoltà si può usare il test PMA e il test MF delle prove per l’impulsività, in quanto si chiede di individuare una figura uguale a quella target e ciò significa non essere impulsivi ed elaborare gli stimoli a livello visuo-spaziale.
  • Problemi con compiti cognitivi e sociali di tipo non verbale. I soggetti cioè non sono in grado di costruirsi mappe mentali né di elaborare correttamente la percezione. Non poter risolvere compiti sociali di natura visuo-spaziale significa non capire i gesti, le espressioni che accompagnano un discorso, quindi non interpretare la pragmatica della comunicazione.
  • Buona memoria verbale semantica. L’aspetto verbale risalta in modo evidente rispetto alle altre capacità che al suo confronto risultano ridotte. I soggetti sono in grado di ricordare molto bene i testi ed amano imparare a memoria.
  • Evidenti difficoltà in aritmetica e discreto successo nella lettura e scrittura, ad eccezione dell’aspetto grafico che risulta compromesso.
  • difficoltà di adattamento a situazioni nuove. Le situazioni sconosciute richiedono una serie di elaborazioni a livelli diversi, tra cui una elaborazione anche visuo-spaziale, quindi questi soggetti amano molto le routines e le situazioni statiche.
  • Verbosità, sono soggetti che parlano molto.
  • Deficit di giudizio sociale, i soggetti hanno una incapacità di interpretare adeguatamente delle regole, non sanno cogliere la pragmatica del discorso, sembrano sempre inadeguati rispetto al contesto.
  • Discrepanza significativa tra Q.I. verbale, buono, e Q.I. di performance , sotto la media.
Tra le altre caratteristiche si riscontra una condotta simile a quella dei bambini iperattivi disattenti, difficoltà di tipo sociale rendono i soggetti simili ai bambini artistici ad alto funzionamento, i problemi di tipo emotivo nati dalle difficoltà sociali con il passare del tempo si aggravano sfociando a volte in crisi depressive, tendono cioè a chiudersi in loro stessi evitando il contatto sociale che invece li aiuterebbe a livello di esercizio di competenze pragmatiche.
Le difficoltà scolastiche più evidenti si riscontrano nel disegno, soprattutto geometrico, nell’incolonnamento dei numeri, nel ricordo dell’ordine spaziale delle procedure di calcolo, nella rappresentazione dei problemi e dei contenuti dei testi descrittivi, difficoltà di rappresentazione dei contenuti dei testi argomentativi se richiedono la costruzione di un modello mentale di tipo visuo-spaziale. è possibile che l’esordio si caratterizzi per difficoltà di lettura e scrittura, tali difficoltà scompaiono a partire dalla terza elementare per lasciar emergere, in modo sempre più rilevante, le difficoltà aritmetiche.
A livello neuropsicologico è stata riscontrata una disfunzione e una compromissione della materia bianca a livello delle fibre lunghe mieliniche, probabilmente in questi soggetti vi è una ridotta funzionalità dell’emisfero destro implicato nel controllo emotivo e nelle attività non verbali, per questo motivo si parla anche di Sindrome Cerebrale Destra.Dal quadro descritto risultano compromesse aree scolastiche su cui intervenire clinicamente ed educativamente: scrittura strumentale, disegno, calcolo, geometria, scienze, comprensione del testo, geografia. Quelle che il bambino si porta dietro più a lungo e gli causano più problemi sono le difficoltà sul versante affettivo-relazionale e sociale, connesse anche a tutta una serie di problemi motivazionali rispetto allo studio.
La Diagnosi
La diagnosi di secondo livello andrà dunque ad indagare in maniera approfondita la discrepanza tra abilità linguistiche (conservate) e visuo-spaziali (compromesse), valutata attraverso la somministrazione della WISC-R; il deficit nella memoria di lavoro visuo-spaziale, l’alterazione della velocità e della correttezza nella processazione dello stimolo visivo, l’alterazione dei processi di attenzione visiva, l’associato disturbo di apprendimento nelle abilità di calcolo e/o soluzione di problemi.
La sala WISC-R misura più fattori o attitudini attraverso subscale diverse:
Q.I. Verbale: informazioni, somiglianze, aritmetica, vocabolario, comprensione. (in una sindrome non verbale possiamo attenderci un Q.I. verbale abbastanza buono con una caduta significativa rispetto alle altre nella prova di aritmetica).
Q.I. di Performance: completamento di figure, storie figurate, disegno con i cubi, ricostruzione di figure, cifrario. (sempre nella sindrome non verbale avremo drastiche cadute nel disegno con cubi e nella ricostruzione di oggetti, rimarrà abbastanza preservata la capacità di leggere storie figurate).
Una significativa discrepanza (dai 10 punti si inizia ad essere sospettosi) a favore del Q.I. verbale piuttosto che del Q.I. di Performance può far nascere il sospetto di una sindrome non verbale. Per compiere un approfondimento che indichi con certezza se il bambino presenta una sindrome non verbale si può sottoporlo al VMI (Visual Motor Integration), al MMFT (matching multiple figure test) o alla ricopiatura della “figura di Rey”.
Nel VMI si chiede al bambino di copiare dei disegni target in alcuni spazi vuoti, disegni che vanno da singole linee a figure più complesse. Successivamente l’operatore valuta se dare 1 punto nel caso che il disegno sia ritenuto giusto o 0 punti nel caso sia ritenuto errato. La prova è ritenuta esaustiva se il soggetto sbaglia 3 disegni consecutivi anche se è consigliabile lasciare che il bambino completi la prova.
Disturbo Non Verbale Di Tipo Motorio
In ambito clinico è stato molto usato il termine disprassia per indicare soggetti con gravi difficoltà di coordinazione motoria, in particolare si è ritenuto che la prassia distorta fosse riferita ai movimenti fini degli arti superiori. Con gli studi più recenti si è arrivati a comprendere il più corretto utilizzo di termini come disturbo di sviluppo della coordinazione motoria, o anche disturbo specifico evolutivo della funzione motoria. Ciò sottolinea come la componente della coordinazione non sia qualcosa che è stato raggiunto e poi perso ma un aspetto che non si è mai sviluppato. Dobbiamo dunque ricordare che non ci sono motivazioni biologiche che impediscono la coordinazione, ma che è a livello cognitivo che il soggetto non è in grado di pianificare ed immaginare i movimenti adatti. I disturbi della funzione motoria sono per certi aspetti simili e per altri diversi dalla sindrome non verbale, la loro diversità consiste in una mancanza dell’aspetto affettivo-relazionale, presenza di buoni risultati alle prove di tipo percettivo, risultati scolastici che possono anche non essere gravi rispetto alla generale gravità della coordinazione, non grave compromissione cognitiva.

Scuola, da metà gennaio pronta una “carta d’identità”

(07 Dicembre 2011) ROMA – Ogni anno il dilemma dei genitori e figli è la scelta della scuola da frequentare. Che sia elementare, media o superiore ci si chiede sempre se sia una scuola valida, se gli insegnanti siano competenti, se la struttura è idonea o quante attività e laboratori siano previsti durante l’anno scolastico. Ora questo non sarà più un problema: da metà gennaio sul sito del Ministero dell’Istruzione sarà disponibile una sorta di carta d’identità di ogni scuola. Una scheda ricca d’informazioni circa l’istituto scolastico.

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Docenti, classi, laboratori, palestre, pc, ecc. queste e molte altre le informazioni che ciascuna scuola s’impegnerà a trasmettere al Ministero entro gennaio. Il Miur (Ministero dell’Università e della Ricerca) eserciterà una “moral suasion” al fine di indurre ciascun istituto ad assumere un comportamento moralmente e socialmente corretto per il miglioramento della scuola italiana e per una scelta consapevole di studenti e genitori. I dati tecnici, relativi a materiali e attività scolastiche, saranno visibili a tutti, mentre i dati sugli esiti di esami e prove Invalsi o sulle assenze e gli abbandoni, che meglio attestano l’andamento medio scolastico, dovranno essere autorizzati dai dirigenti delle scuole.
«In vista delle prossime scadenze relative alle iscrizioni, il Miur – ha sottolineato il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo – renderà quindi disponibili i dati in possesso del sistema informativo e lascerà alle scuole, nella loro autonomia, l’inserimento di tutti quei dati relativi ai risultati delle valutazioni degli apprendimenti e dell’offerta formativa».
Il progetto denominato “Scuola in chiaro” si aggiunge a un servizio già esistente sul sito del Ministero che permette di cercare la scuola più vicina alla propria abitazione, una sorta di anagrafe delle scuole statali. La ricerca è sia geografica sia per tipologia o anche per denominazione e guida l’utente a cercare l’istituto desiderato.
Cliccando sul codice si ottengono tutte le informazioni anagrafiche della scuola, denominazione, via e recapiti telefonici. Con la nuova applicazione sarà invece possibile ottenere le informazioni specifiche relative alle attività scolastiche.
Già all’inizio dell’anno il Ministero dell’Istruzione ha reso obbligatoria la compilazione dei POF (Piani dell’offerta formativa): documenti di identità che indicano le linee distintive dell’istituto, l’ispirazione culturale-pedagogica che lo muove, la progettazione curricolare, extracurricolare, didattica ed organizzativa delle sue attività.
Un’iniziativa che fu oggetto di polemiche perché costringe al costante monitoraggio il lavoro di insegnanti e studenti.

lunedì 5 dicembre 2011

Quando la scuola non capisce la diversità

Il Gazzettino del 04-12-2011

LETTERE AL DIRETTORE. Pubblichiamo questa lettera inviata da una ragazza alla sua professoressa.
Cara prof,
ieri ho preso il primo quattro della mia vita, in matematica addirittura;deve sapere che non sono arrabbiata, sono solo molto triste.
Quando l’ho scritto nel libretto ho pensato che nonostante io studi, mi impegni al massimo e faccia sempre i compiti a casa, non riuscirò mai a capire quei maledetti testi dei problemi:quei numeri messi lì in mezzo a tutte quelle parole ingannevoli e subdole.
Dopo quasi tre mesi che Lei è la mia nuova prof e volevo dirle che per me la lingua italiana è come l’Everest e io sono appena partita per la scalata.
Volevo dirle che sono nata sorda, già non come il nonno che è diventato sordo e porta l’apparecchio acustico, io non ho mai sentito una parola e quelle che conosco le ho imparate a memoria, con enorme fatica.
Volevo dirle che per me i numeri sono magia, quelle espressioni che da una riga si riducono ad un numero per me non hanno misteri. La matematica traduce perfino in simboli le parole e io anche per questo sono sempre andata d’accordo con questa materia.
Ora penso, il quattro a cosa serve? A dirmi che se non mi traducono in segni (LIS) o con grafici e disegni i problemi non so come risolverli? Lo sapevo già!
A dirmi che non so l’italiano? Ma dai…
A dirmi che non sono intelligente? Non ci credo…
Penso che il quattro non servisse a me, ma a Lei; voleva darmelo per dimostrare la sua teoria che io non ce la farò mai a superare questo handicap della lingua italiana e forse è vero.
Di una cosa fondamentale però non si è resa conto: se io non riuscirò sarà anche a causa sua che non sente ragioni su come si fa scuola ad un sordo.
Questa lettera non l’ho scritta io, come Lei ben sa, non ne sarei in grado; l’ha fatto mia madre che ha trascritto le mie emozioni, quelle che ieri ho condiviso con lei attraverso quella lingua che si parla con le mani (molto disdicevole, vero?) e che Lei dice non sia in grado di comunicare qualsiasi cosa.
Questa è la dimostrazione che forse Lei ha torto e la tristezza che mi ha provocato con quel quattro mi fa capire che sono diversa, diversa dagli altri e soprattutto diversa da li.
Giulia C. - Fiume Veneto (Pn)
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Cara Giulia,
vorrei non dover mai leggere né pubblicare storie come questa. Come forse sai, la tua lettera, era accompagnata da una breve nota della tua mamma. Sottolineava come se è vero che, in questi momenti, la vita per molti sia particolarmente dura, per alcuni lo è tutti giorni, nelle piccole come nelle grandi cose. Non credo ci sia null'altro da aggiungere.