A.A.A. - D.S.A. - Dislessia, un limite da superare

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mercoledì 6 luglio 2016

           


Mi chiamo Barbara classe 1972, se fossi nata nel 2000 probabilmente sarei stata etichettata come discalculica, iperattiva, affetta da deficit di attenzione... Ho sempre fatto una gran fatica a stare seduta nel mio banco e da sempre mi annoio facilmente e mi piace tanto chiacchierare, fino all'anno integrativo dell'Istituto magistrale non ho mai capito la matematica, poi la svolta...mentre di giorno lavoravo come operaia per pagarmi la futura università la sera frequentavo i corsi dell'anno integrativo, stanca dopo una giornata di lavoro pensavo di trovare un enorme ostacolo nella matematica, ma alla prima lezione si è presentata una giovanissima insegnante neo laureata in materie matematiche che sprizzava passione da tutti i pori...parlava di formule ed equazioni mostrandole in tutta la loro semplicità...nella mia testa è scattato un interruttore e ho capito, non sono sicuramente diventata più intelligente in un istante, ma quell'insegnante ha trovato “la chiave”, l'unico modo a me accessibile per comprendere la materia...ho frequentato la facoltà di Architettura e tutte le volte che non capivo qualcosa di matematica andavo a ripescare i vecchi appunti dell'anno integrativo ed era come accendere la luce in una stanza buia, ho superato brillantemente gli esami e mi sono laureata. Senza etichette, senza scorciatoie solo con un'ottima insegnante e tanto allenamento.
Oggi sono una mamma, prima di ogni altra cosa, ma sono anche un'insegnante e ho aiutato bambini in difficoltà ad amare di nuovo la scuola , tra questi bambini c'è mia figlia... La frase ...”qualche problemino ce l'ha”...mi è stata detta in prima elementare, ho portato a scuola una bambina entusiasta, curiosa, vivace che non sapeva né leggere né scrivere e mi sono ritrovata tra le braccia un cucciolo spaventato convinto dalla sua insegnante che non ce l'avrebbe mai fatta. In una scuola dove tutto va di corsa, dove si chiede alla scuola materna collegata di insegnare a leggere e scrivere ai bambini prima del tempo, dove chi non tiene il passo è marchiato, mentre ti convincono di aiutarti ti sollevano da ogni difficoltà rendendoti impossibile ogni progresso. E' proprio questo che non riesco ad accettare, se il sistema non funziona il problema non possono e non devono essere i bambini. Sono mille le giustificazioni che ho ascoltato da insegnanti e genitori: le classi sono troppo piene, i programmi troppo ampi, i tempi troppo brevi, il lavoro toglie il tempo ai figli, le insegnanti danno troppi compiti, un certificato può fargli avere un sostegno e un programma facilitato per superare l'anno.... ma la soluzione in realtà è sempre la stessa...un'etichetta che dice che tuo figlio è sbagliato e un programmino speciale alleggerito da tutto quello che gli crea difficoltà...a che cosa porterà questo atteggiamento se non a uomini e donne di domani assolutamente impreparati ad affrontare la vita?
Ricordo che quando ero piccola si usava affrontare le difficoltà, allenarsi fino a superarle...ora no...non c'è tempo...Ricordo le ore di arte, di manualità a scuola, ore che sono state completate cancellate, ricordo le recite scolastiche sostituite oggi da semplicil ezioni aperte, ricordo i lavoretti a Natale e per ogni festa comandata ora sostituiti da una fotocopia da colorare e una frase dettata da scrivere all'interno... avevamo un'unica insegnante che si occupava di tutte le materie dall'italiano all'educazione fisica ed eravamo tanti in classe, si usciva all'una, l'attuale modulo e c'era tempo per fare tutto...riguardo i miei vecchi quaderni e c'è un abisso con quelli di mia figlia...scrivevamo in corsivo, scrivevamo tantissimo, ora si completano fotocopie in stampatello, abbiamo disabituato i nostri figli alla fatica, all'esercizio, li abbiamo esonerati dalla manualità e dalla creatività e i risultati sono devastanti...allora perché non tornare a un metodo che funzionava? Un percorso di apprendimento deve essere fatto di esercizio e di divertimento, ma anche di fatica, nel rispetto dei tempi e dell'individualità di ogni bambino, individualità che deve essere ricchezza e non ostacolo.
Oggi mia figlia è una bambina serena priva di etichette, lavoriamo molto cercando la chiave per la comprensione di ogni materia, abbiamo cambiato scuola e insegnanti...ci rimangono dei brutti ricordi che cerchiamo di sostituire con nuove esperienze piacevoli e la volontà di impegnarsi a fondo in un progetto che può aiutare altri bambini! 
Barbara

mercoledì 4 novembre 2015

mercoledì 8 ottobre 2014

Dipendenza da Videogiochi

a cura del Dr Gaspare Costa

L’aspetto ludico e la funzione del gioco sono ingredienti fondamentali per un sano sviluppo dell’individuo; è attraverso il gioco che il bambino inizia ad apprendere quelle regole e ruoli che rappresentano un elemento indispensabile nel processo di identificazione e socializzazione del fanciullo. A fronte dell’aspetto salutare dell’attività ludica va però segnalato che, oggigiorno, il gioco ha assunto caratteristiche ben diverse rispetto a quelle che per secoli ne hanno garantito il ruolo di “fucina della socializzazione”, 
in particolare alcune caratteristiche dei moderni giochi (videogiochi) sembrano favorire, se utilizzati in eccesso, lo sviluppo di forme di disagio che, soprattutto in personalità predisposte, possono evolvere in vere e proprie problematiche psicopatologiche. Innanzitutto analizzando alcune differenze fondamentali tra i giochi tradizionali e i moderni giochi “virtuali” si possono individuare alcune importanti differenze:

i giochi tradizionali incentivano la socializzazione mentre i videogiochi perlopiù vengono “consumati” in solitudine;

i giochi tradizionali stimolano l’identificazione con persone reali anche se interpretano ruoli diversi mentre nei videogiochi si corre il rischio di identificarsi con personaggi virtuali, spesso dotati di poteri magici, che nei casi più gravi possono portare all’emulazione di azioni pericolose (purtroppo la cronaca ogni tanto ci informa di bambini che credendo di avere gli stessi poteri dei loro eroi preferiti fanno gesti pericolosi mettendo a rischi la propria salute e quella degli altri);

i giochi tradizionali rappresentavano un legame tra le generazioni e comunemente venivano tramandate da genitore a figlio, mentre i giochi virtuali spesso hanno l’effetto di “separare” (pensate al nonno con il proprio nipotino, difficilmente i due avranno lo stesso “bagaglio” tecnico, linguistico, e di abilità riferita al videogioco);

ore e ore passate, magari in solitudine, davanti ai videogames possono allentare le capacità critiche e l’aderenza alla realtà del bambino o dell’adolescente;

nei giochi tradizionali difficilmente si arrivava a concepire azioni violente o apertamente aggressive mentre nei videogiochi questo tipo di azioni sono ampiamente diffuse e apprezzate dai più giovani.

Queste fondamentali differenze tra i giochi tradizionali e i videogames possono rendere l’idea delle problematiche psicologiche e fisiche a cui la dipendenza da giochi virtuali può portare. Si parla di Dipendenza o Addiction quando la persona instaura un rapporto di “subordinazione” con una sostanza, attività o comportamento che si rendono necessari ai fini del “benessere” del dipendente.

LaDipendenza da Videogiochicome ogni altra dipendenza, vincola il soggetto a dedicare ingenti quantità di tempo ed energie ai videogames compromettendo l’ambito scolastico, relazionale e fisico. La dipendenza da videogiochi comportai fenomeni di tolleranza ed astinenza,ovvero il soggetto e costretto ad aumentare progressivamente le “dosi” di tempo passato a giocare per ottenere il livello di eccitazione desiderato mentre l’astinenza comporta una serie di sintomi psico-fisici ( irrequietezza, agitazione, difficoltà di concentrazione, disturbi del sonno e dell’umore, pensieri ossessivi riferiti ai videogiochi ecc..) che si manifestano quando il soggetto è impossibilitato a giocare. Le principali conseguenze dovute alla dipendenza da videogiochi possono riguardare:

difficoltà scolastiche (scarsa attenzione, concentrazione, difficoltà di apprendimento ecc..)

compromissione dei rapporti sociali (isolamento, litigi per accaparrarsi i videogames, rapporti incentrati,specie in riferimento ai giochi di ruolo, sulla comunicazione virtuale);

compromissione della salute, ad esempio il sovrappeso dovute alla vita sedentaria;

disturbi del sonno, dell’alimentazione o dell’umore;

problematiche psichiche di carattere dissociativo, riduzione della facoltà di critica o scollamento dalla realtà (ovvero le tante ore passate a giocare possono creare una frattura tra il mondo reale e quello virtuale, allo stesso modo, specie in adolescenza, si può compromettere il sano sviluppo dell’identità);

problematiche astinenziali quando il soggetto non può giocare (ricorrenti pensieri riferiti al gioco, irrequietezza, disforia ecc..);

tendenza a compiere azioni “illegali” ( per es. bullismo) o a mentire per procurarsi i soldi per i videogiochi;

tendenza a trascurare altri interessi (sport, amicizie, hobby ecc..).

Per concludere, consci dei limiti della generalizzazione, possiamo ipotizzare gli “effetti” che laDipendenza da Videogiochi può avere sulle personalità più deboli – specie laddove il processo di costruzione dell’identità, come nell’adolescente, ( Vedi Area Adolescenza nel presente sito) è ancora in atto- fornendo loro una sorta di “fuga” da una realtà insoddisfacente, noiosa ed anonima, all’interno di un ambiente virtuale nel quale essi trovano rifugio.

Anche rispetto alla “realtà multimediale”, infatti, occorre un’adeguata educazione degli adolescenti, sia verso il gioco, sia mirata alla differenziazione tra questa è la realtà quotidiana. Si parlava prima di “fuga” della realtà: è evidente, così come sottolinea C. Guerreschi[1], che la realtà virtuale può offrire stimoli maggiori alle personalità più deboli, consente una facile identificazione con gli eroi virtuali dei videogames e permette di estraniarsi dalla noia, sentimento principe per molti adolescenti. Insegnare a distinguere tra queste due realtà (compito che a mio avviso le Istituzioni e le principali agenzie formativa ed educative, tra tutte la Scuola, non possono trascurare) significa dotare l’adolescente degli strumenti necessari per sviluppare innanzitutto un senso di responsabilità è, soprattutto, ad evitare che egli si senta un estraneo nella propria quotidianità, misurando valori, emozioni e gratificazioni in relazione a questa sua attività ludica multimediale.

Dr Gaspare Costa

In occasione della Giornata mondiale della Salute Mentale

Siamo tutti matti? Danni, abusi e violenza in nome dell’aiuto, con la complicità di un business multimiliardario

Milano, 06/10/2014 (informazione.it - comunicati stampa - varie) Nella società moderna gli abusi perpetrati in nome dell’aiuto alla sofferenza emotiva sono molto frequenti ma, essendo celati dietro un’aura di scientificità che ne offusca la brutalità, passano perlopiù inosservati; e non ci si rende nemmeno più conto di quanto pervasivamente la psichiatria si sia impossessata delle nostre vite.

Sin dalla più tenera età veniamo etichettati e diagnosticati con presunte malattie la cui esistenza non è mai stata dimostrata, come la cosiddetta sindrome da deficit d’attenzione e iperattività (ADHD) o i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA, dislessia, disgrafia, discalculia ecc).

I test vengono somministrati nelle scuole con programmi di screening preceduti da campagne mediatiche terroristiche e (dis)informative, con lo scopo di allarmare i genitori circa questi nuovi disturbi - quasi si trattasse di malattie mortali.

Nel caso di diagnosi di ADHD scatta spesso la prescrizione di stimolanti anfetaminici che, secondo recenti studi, non curano niente e creano un serie impressionante di effetti collaterali.

I DSA invece non si curano con psicofarmaci, ma indirizzano il bambino su un percorso di visite neuropsichiatriche nel corso delle quali può beccarsi una diagnosi di disturbo mentale (“in comorbilità” col disturbo dell’apprendimento): dritto dal farmacista.

Seguendo una moda lanciata negli Stati Uniti, anche in Italia cresce il numero di bambini etichettati “bipolari" e trattati con neurolettici. Sono i farmaci più potenti dell’arsenale psichiatrico, noti anche come antipsicotici o camicie di forza chimiche, e caratterizzati da effetti collaterali spaventosi e, nel caso di trattamenti prolungati, anche irreversibili.

Superata la scuola elementare entriamo nell’adolescenza. Ma attenzione: gli sbalzi di umore caratteristici di questa età turbolenta, marcata da tempeste ormonali, sofferenze amorose e preoccupazioni scolastiche, oggi ci possono valere la prescrizione di ansiolitici o antidepressivi o - udite udite - elettroshock.

E non è finita: la diagnosi psichiatrica può anche trasformarsi in strumento atto a giustificare la sottrazione dei vostri figli alla famiglia, e il loro affidamento ai servizi sociali.

Al termine del periodo scolastico la persona entra nel mondo del lavoro, e l’interferenza psichiatrica nella sua vita prende nuove forme, con l’obbligo da parte del medico del lavoro di certificare il rischio di danni da stress lavoro-correlato. Se siamo arrivati indenni a questo punto e, fiduciosi, decidiamo di sposarci e avere figli, ecco rispuntare lo strizzacervelli: precedute da una campagna mediatica impressionante, fioccano ormai le diagnosi di depressione post partum (con relative prescrizioni psicofarmacologiche).

Nessuno lo dice, ma tra gli effetti collaterali di certi farmaci antidepressivi ci sono proprio quelle ideazioni e azioni suicide/omicide che il farmaco stesso si proporrebbe di curare.

Se poi da adulti ci capita d’imbatterci nel sistema giudiziario, scopriamo che in certi casi i giudici hanno praticamente abdicato il loro potere, cedendolo nelle mani di sedicenti esperti psichiatrici, i quali dispensano a caro prezzo preziose perizie d’incapacità d’intendere e volere. Ormai i reati sono riclassificati malattie mentali: non ci sono più assassini, ladri o incendiari, ma maniaci, cleptomani e piromani.

Attenti infine a non perdere il controllo o litigare col vicino sbagliato. Vi ritrovereste a rischio di TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio), istituto con cui la psichiatria mostra il suo volto più oscuro e violento e si rivela per quello che effettivamente è: un violento strumento di controllo sociale.

Lo psichiatra ha il diritto di prelevare con la forza chicchessia, legarlo come un salame e rinchiuderlo in gattabuia senza processo né avvocati per un certo periodo di tempo, teoricamente limitato ma prolungabile.

E, se vi capita, non ribellatevi all’ingiustizia: la ribellione verrebbe usata come prova d‘infermità mentale (rifiuta le cure!), per rincarare la dose. Tutto ciò viene giustificato con un assunto: il “malato mentale” è pericoloso per sé e per gli altri, ed è inconsapevole della propria malattia: come tale, deve essere sottoposto a qualunque genere di trattamento coercitivo.

La psichiatria moderna si fonda quasi esclusivamente sul modello chimico, secondo il quale le cosiddette malattie mentali sarebbero dovute a squilibri chimici nel cervello. Anche se la teoria non è mai stata dimostrata e, anzi, oggi viene esplicitamente riconosciuta come erronea dalla maggior parte degli accademici, psichiatri e Big Pharma continuano ad usarla per giustificare la prescrizione e il marketing psicofarmacologico.

L’aspetto peggiore di questa dottrina è lo svuotamento del concetto di essere umano, privato del suo libero arbitrio e ridotto alla mercé delle reazioni chimiche che avvengono nel suo cervello.

Intendiamoci: alcune persone sono soggette a sofferenza emotiva, hanno seri problemi a rapportarsi con gli altri e necessitano di aiuto. Ma la professione di chi fornisce questo aiuto dovrebbe essere inquadrata nell'alveo delle conoscenze umanistiche – non scientifiche.

E, soprattutto, i loro rimedi non dovrebbero mai essere somministrati in maniera coatta, ma solo su base volontaria. Esistono persone - psicoanalisti, maestri yoga o di meditazione, preti, comportamentalisti ecc. - che aiutano la gente nei momenti difficili, senza però atteggiarsi a medici o violare con la forza i diritti fondamentali della persona.

Nella Giornata Mondiale della Salute Mentale, cittadini, associazioni per la tutela dei diritti umani e istituzioni dovrebbero attivarsi per assicurare a queste persone un’assistenza non invasiva, non violenta e non coercitiva, priva cioè di quei trattamenti che hanno contraddistinto l’intera storia della psichiatria.

Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani onlus

Email info@ccdu.org w.
ccdu.org

martedì 30 settembre 2014

BES e DSA. Chi sono gli studenti FIL? Chiarimenti sul piano didattico Personalizzato

Pubblichiamo, da Orizzonte scuola, tre nuovi articoli della nostra rivista BES-DSA, tra i quali un documento proposto dall'USR Lombardia: “Strumenti d’intervento per alunni con bisogni educativi speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica”: concetti chiave e orientamenti per l’azione”.
Chi sono gli alunni con "Funzionamento intellettivo Limite"? Ci fornisce una risposta Claudia Gabrieli in un articolo che sonda un aspetto poco conosciuto della direttiva sui BES. Vai all'articolo
Rosanna Gabrieli, invece, ci dà qualche chiarimento sul Piano Didattico Personalizzato da compilare dopo l'individuazione degli studenti con difficoltà o disturbi di apprendimento. Vai all'artcolo
Infine, vi proponiamo il documento dell'USR Lomabardia: “Strumenti d’intervento per alunni con bisogni educativi speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica: concetti chiave e orientamenti per l’azione”. Vai e scarica

Incontro su come... confrontarsi sui metodi di studio


mercoledì 3 settembre 2014

BES e DSA. Quali compiti deve svolgere il referente ad inizio anno?

Claudia Gabrieli — La figura del referente DSA e BES non ha mai ricevuto un riconoscimento giuridico, pur essendo chiamato a svolgere importanti compiti in una realtà scolastica sempre più impegnata a prestare attenzione agli studenti nelle loro specifiche peculiarità.È vero che il destino di questi alunni si gioca poi all’interno delle aule scolastiche in relazione dinamica con insegnanti e gruppo dei pari, ma è altrettanto chiaro che, laddove i referenti DSA e BES riescono a svolgere un ruolo di supporto e coordinamento delle forze in gioco, tutto “scorre” più facilmente.
Cosa può fare nel concreto il referente? Alcuni suggerimenti possono essere presi in considerazione.
ACCOGLIENZA: dedicare le giornate di accoglienza delle classi prime delle scuole secondarie di primo e secondo grado alla proiezione di filmati a tema può essere più efficace di mille documenti normativi per comprendere la realtà DSA o BES.
DATABASE: raccogliere in una sorta di “piccolo centro di documentazione” d’istituto tutte le buone prassi didattiche realizzate negli anni scolastici precedenti, anche in collaborazione con la Funzione Strumentale per l’Informatica, può costituire  fonte di consultazione e studio per l’intero corpo docente.
SCREENING: favorire un atteggiamento di positiva attenzione ai segnali di possibile disturbo di apprendimento o difficoltà scolastica, attraverso l’uso di appositi screening può servire ad un riconoscimento nei tempi appropriati, con positive ricadute nel successivo iter scolastico dello studente.
SPORTELLO D’ASCOLTO: dedicare un paio d’ore mensili all’ascolto delle richieste o dei dubbi di studenti, genitori, insegnanti può aiutare a “tenere il polso” della situazione del proprio istituto, favorendo un proficuo passaggio di comunicazioni tra le parti che intervengono nel processo formativo.

giovedì 12 giugno 2014

DEMONE BIANCO


 Di GIACOMO CUTRERA

"una storia di dislessia"
2
3
INDICE
01- DISLESSIA 7
02- L’ESAME 18
03- LE MEDIE 24
04- LA CLASSE 27
05- DISTRATTO 33
06- STUDIO A CASA 39
07- OMBRA 45
08- I VERI BULLI 51
09- DEMONE BIANCO 56
10- IL TRUCCO 59
11- JACK 62
12- IL TEMA 68
13- L’IGNOTO 76
14- NOME 82
15- DUE SETTIMANE 88
16- DUE VERIFICHE 94
17- MOTORE 99
18- MOVIMENTO 102
19- SCATTO B/H1 111
20- STRUMENTI 115
21- GIUSTIZIA 120
22- PARADOSSI 125
23- IL CUORE 131
24- NUOVE ALI 141
25- PROMESSE 145
4
SCELTE TIPOGRAFICHE
Come noterete questo libro è scritto in modo poco
convenzionale:
i caratteri sono più grandi della
norma, l’interlinea è più robusto
e non è stata utilizzata la forma
giustificata. Queste sono scelte
motivate da una forte volontà di
rendere questo testo il più
leggibile possibile.
[ Giacomo Cutrera (3 anni) ]
I caratteri più grandi mostrano come un libro non sia
un ostacolo insormontabile.
Leggendo il racconto potreste pensare che questa
scelta sia spinta da una volontà di rendere il testo più
leggibile per i dislessici, ma non è solo questo il punto.
Un formato più leggibile è un aiuto non solo per chi è
dislessico, ma per tutti.
5
Questo libro è dedicato a
mio fratello e alla sua forza
È dedicato a Riccardo che solo ora ha
scoperto la sua dislessia
È dedicato a tutti i ragazzi del
Forum Libero, del Campus
e del Gruppo Giovani.
Per farla breve
È dedicato ai dislessici
Forza ragazzi !
6
7
DISLESSIA
Molta gente nella sua vita ha sentito questa parola e
tanti altri hanno scritto saggi e libri su di essa; alcuni
la definiscono una malattia, altri un problema, altri
ancora credono che sia la conseguenza di qualcosa di
poco definito e oscuro, ma la realtà è che nessuno è
in grado di definirla.
Attualmente molti scienziati si stanno adoperando per
cercare le cause della dislessia, ma per ora, non vi
sono risultati certi.
Molti insegnanti, dopo aver letto le quattro righe
precedenti, esprimono una certa perplessità; “Come si
fa a chiamare una persona dislessico se nessuno sa
che cos’è la dislessia?” Questa, a mio parere, è una
domanda tutt’altro che stupida e apprezzo molto le
persone che se la pongono con sincerità.
Ciò che invece trovo riprovevole è liquidare la
domanda con la risposta più diffusa ovvero “non si
può ”.
8
In passato, quando ancora non si conoscevano le
cause fisiche della cecità, nessuno, di fronte a una
persona non vedente, affermava che tutti sono in
grado di vedere; questo perché, pur essendovi una
carenza sul piano scientifico, le persone attorno a lui
erano comunque in grado di notare il suo problema.
Lo stesso concetto vale, oggi, per i Dislessici.
Per rendere più comprensibile ciò che intendo dire
quando parlo di problema vi porrò un caso che trovo
abbastanza esemplificativo:
Un insegnante correggendo un compito in classe di 2°
media nota che un ragazzo ha completato solo due
facciate su quattro e rimane sorpresa nel notare che
le facciate complete sono quasi del tutto giuste.
In quel momento l’insegnante comprende che l’alunno
è intelligente, ma non capisce perché il ragazzino non
completa le sue verifiche.
Secondo voi è possibile che una persona studi alla
perfezione solo gli argomenti che si presenteranno poi
sulle prime facciate della verifica?
9
I casi sono due: o il ragazzino è un genio del male
che, pur conoscendo gli argomenti, preferisce lasciare
metà compito in bianco per far impazzire la
professoressa;oppure siamo di fronte a un caso molto
più complesso.
Se la professoressa avesse potuto vedere la camera
del ragazzino il giorno prima avrebbe scorto tutti i libri
della sua materia e lo stesso ragazzino piegato su
essi in attenta lettura ormai da sei ore.
La professoressa non può vedere il passato e quindi,
fa quello che le hanno insegnato di fare quando un
alunno svolge meno del 50% di verifica giusta,
ovvero dà un insufficienza.
Il ragazzo in questione non vuole essere bocciato
perché, effettivamente, non ha lacune; ha studiato
tutto quello che gli era stato richiesto di studiare e
credeva di sapere bene gli argomenti.
Neanche lui capisce perché non è riuscito a finire la
verifica e ritornerà sui libri sperando di poter
migliorare incrementando le ore di studio.
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A volte alle persone piace illudersi e lui si illude di
poter imparare le cose meglio di quanto non le abbia
imparate fin ora, ma lui non ha un problema di
contenuti, lui le cose le sa.
Il suo problema deriva dal fatto che l’insegnante non
può valutare il suo sapere con metà verifica in mano,
le serve l’intero compito.
Grazie al suo studio e a qualche miracolo intermedio,
che spiegherò poi, il ragazzo riesce a essere
promosso con la valutazione SUFFICIENTE che gli
consentirà di passare alle superiori.
Solo allora un’insegnante troverà la soluzione al
dilemma della verifica mezza bianca.
Consegnerà in due volte distinte due verifiche sullo
stesso argomento:
Una da completare in 50 minuti (1 ora scolastica)
e una da completare in 100 (2 ore scolastiche).
I voti ottenuti dal ragazzo saranno rispettivamente
5 e 10.
Tutti fanno meglio una verifica se hanno più tempo,
ma nessuno prende dieci in una verifica nella quale
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senza il doppio del tempo avrebbe preso cinque e
soprattutto perché un alunno che potrebbe
potenzialmente prendere dieci si ferma a metà
verifica?
Mi rendo conto che la situazione può sembrare
assurda e anche io la giudicherei in questo modo se
non l’avessi vissuta di persona.
Alle scuole medie inferiori i professori mi dicevano che
serviva un costante studio di tre ore al giorno e io
continuavo a non capire perché a me ne servissero
sei.
Solo dopo un’ accurata analisi introspettiva, sono
riuscito ad associare questo fatto alla grande difficoltà
che riscontravo quando leggevo ad alta voce.
Mi resi conto che la mia capacità di lettura era pari
alla metà di quella degli altri e questo avrebbe
spiegato anche perché non riuscivo a finire le
verifiche.
Quando esposi la mia teoria ai miei familiari ricevetti
come risposta una sonora risata e tornai a studiare.
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Il problema pratico era però che non ero
concretamente più in grado di studiare.
Di fronte al libro di storia (a causa, anche, della grave
stanchezza) mi ritrovai incapace di decifrare le parole
che avevo visto poco prima. Ormai non vi erano più
dubbi, la mia era ed è una difficoltà nella lettura, ma
non potevo certo raccontarlo in giro, nessuno mi
avrebbe creduto.
Dovevo trovare un modo per risolvere il problema
delle verifiche e dovevo trovarlo da solo.
Valutai la situazione:
- Non potevo completare la verifica a causa della
difficoltà nel leggere le consegne e ciò che scrivevo.
- Facevo fatica a correggere ciò che scrivevo poiché
non avevo abbastanza tempo per rileggere il tutto
- Non potevo copiare
(riuscivo a malapena a leggere la verifica)
- Non potevo fare i bigliettini (stesso motivo)
Nei temi risolsi il problema scrivendo direttamente in
bella copia, omettendo così la lettura della brutta (che
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mi risultava praticamente impossibile ) ,ma nelle
comuni verifiche permanevano i soliti problemi.
L’unica soluzione che trovai consisteva nell’ eseguire
la classica metà della verifica e “sparare a botto”
(eseguire in modo casuale senza leggere le
domande) il resto.
Benché questa idea mi sembrasse colossalmente
stupida, applicandola riscontrai nei miei voti un
interessante incremento che portò gli insegnanti a
pensare che stessi studiando di più.
Le parole “Lo vedi… ti basta studiare un po’ e le cose
le capisci” furono per me più devastanti di tutte le
insufficienze ingiuste che avevo accumulato in quei
tre anni di medie. In quel momento compresi che i
professori non erano “fisicamente” in grado di valutare
il mio studio e che mi avevano sempre considerato
uno “scansafatiche”.
Se chi doveva valutare le mie verifiche non era in
grado di valutare significava che il mio studio era
sempre stato inutile come i consigli che loro mi
davano.
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L’ira prese il sopravvento su di me e dopo tanti anni
passati a testa bassa, subendo queste ingiustizie,
decisi di alzare lo sguardo e reagire.
Il mio rancore esplose in casa e in alcuni casi si
riversò anche a scuola.
Espressi apertamente quanto provavo in un tema, che
gli insegnanti apprezzarono pur non comprendendolo,
e infine mi trasformai in un essere freddo e
insensibile.
Pochi mesi dopo mi venne diagnosticata una dislessia
evolutiva che si manifestava in un disturbo nella
lettura.
Questa notizia non mi sorprese, ma convinse i miei
genitori che avevo ragione.
Si scoprì che la mia velocità di lettura era pari alla
metà della velocità di norma e, inoltre, il processo
della lettura stessa richiedeva uno sforzo energetico
notevolmente più alto di quello “normale”.
Approfondendo l’argomento scoprii che altre tipologie
di dislessici presentavano caratteristiche particolari.
Alcuni dislessici, oltre alla difficoltà nella lettura,
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presentano anche difficoltà nella scrittura(Disgrafia),
nell’ortografia (Disortografia) e nei calcoli (Discalculia)
Su questo punto ho notato una diffusa
perplessità:molti credono che una persona per essere
definita dislessica debba avere problemi nella lettura,
scrittura,ortografia, calcoli e linguaggio. In realtà basta
che una persona riscontri anche solo uno di questi
problemi per rientrare nei “disturbi specifici
dell’apprendimento” D.S.A.
(A volte i dislessici presentano da piccoli un disturbo
del linguaggio, questo non è il mio caso.)
Tornando alla mia storia :Poco dopo aver scoperto la
mia dislessia mi sono recato all’A.I.D.(Associazione
Italiana Dislessia ) e attraverso essa ho cercato
informazioni più dettagliate sul mio caso.
Sorprendentemente ho scoperto che il mio caso non
era affatto uno dei peggiori, basti considerare che
esistono dislessici con velocità di lettura pari a un
quinto di quella normale. Come potrete immaginare
una simile velocità di lettura impedisce, non solo lo
svolgimento delle verifiche, ma anche e soprattutto il
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vero e proprio studio a casa (calcolando che io stavo
ancora lottando per la sufficienza, la cosa destò in me
una seria preoccupazione).Nella associazione non vi
erano personaggi dislessici, ma solo genitori,
insegnanti e specialisti che hanno a che fare con il
problema. I genitori parlavano tra loro e descrivevano
la situazione dei loro figli e io ascoltando
comprendevo che la storia di questi bambini era in
tutto e per tutto identica alla mia. Loro avrebbero
potuto sforzarsi fino allo spasmo di imparare, ma
nessuno sarebbe mai stato in grado di valutarli
correttamente; i discalculici avrebbero sudato sangue
sulle tabelline per scoprire poco dopo la calcolatrice, i
disgrafici avrebbero eseguito milioni di lettere per
scoprire poco dopo la tastiera, i disortografici si
sarebbero sentiti ripetere miliardi di volte le regole
grammaticali prima di scoprire il correttore ortografico,
quelli come me avrebbero perso la propria vita sopra
un libro senza riuscire a comprenderlo e senza capire
che si può chiedere a qualcun altro (o qualcos’altro
nel caso del sintetizzatore) di leggertelo, ma

Dislessia - La storia di Luca e Giacomo

Dislessia - La storia di Luca e Giacomo a Cristina Parodi 


Mika a Radio Deejay: "Sono dislessico e non riesco a ...

Mika a Radio Deejay: "Sono dislessico e non riesco a leggere ...


mercoledì 21 maggio 2014

Il bambino con Disturbo specifico di apprendimento a Scuola, la diagnosi e la certificazione: i fattori che favoriscono la Logica dell’integrazione



Pubblicato da Marco Gubernale il 30 aprile 2014 in BAMBINI, PSICHE No comments

La letteratura scientifica ci porta a conoscenza del fatto per cui una parte della popolazione scolastica può presentare una compromissione importante dei processi di apprendimento. Questa percentuale può assumere valori differenti in funzione dei punti di vista e delle fonti dei diversi Autori che descrivono il fenomeno dal punto di vista epidemiologico, ma si colloca sostanzialmente entro un intervallo che va dal 2 al 5% degli alunni, ai quali è possibile diagnosticare un Disturbo specifico di apprendimento, o DSA.

Com’è noto, il DSA consiste in un’anomalia evolutiva nelle capacità di apprendere la lettura, la scrittura e il calcolo, come pure le abilità di comprensione del testo o di soluzione dei problemi matematici da parte di bambini il cui funzionamento neurologico e cognitivo è per il resto integro: dunque, il termine “evolutiva” lascia intendere che la problematica compare nel corso dello sviluppo, e che non è stata acquisita per effetto di altri fattori o cause che potrebbero spiegarla, come ad esempio un deficit della vista o dell’udito.

Il DSA si può sospettare a partire dalle prime attività scolari, qualora un bambino manifesti un andamento degli apprendimenti difficoltoso rispetto a quello del resto della classe, con impacci e rallentamenti eccessivi, o con necessità di eccessivo supporto da parte dell’insegnante. Nel corso di questa fase preliminare, specialmente se durante i primi anni della Scuola primaria, l’atteggiamento clinico maggiormente condiviso è quello di effettuare un primo intervento di potenziamento delle abilità, come descritto nell’articolo precedente, per verificare se le difficoltà rilevate siano già sensibili ad un miglioramento.
Infatti, nell’approccio al DSA è necessaria una certa cautela diagnostica per non malinterpretare con il termine di Disturbo una situazione nella quale si sarebbe reso necessario semplicemente rinforzare o concedere più tempo ai processi fisiologici dell’apprendimento per ripristinare i livelli attesi.

E’ anche per questo motivo che – salvo casi eccezionali – la diagnosi di dislessia può venire formulata dopo la seconda metà della II primaria, e quella di discalculia dopo la seconda metà della classe III primaria: proprio perché, tra le altre considerazioni al riguardo, merita particolare attenzione la necessità di definire lo stato degli apprendimenti in un’epoca nel quale il sistema cognitivo deve averne già maturato e consolidato i processi.

Ecco che, qualora dopo un primo training di potenziamento e successivamente alla II-III primaria si mantenga una lettura lenta, stentata ed esitante, oppure un numero eccessivo di errori nello scritto o una cattiva grafia, come anche l’incapacità nella scrittura e nell’elaborazione del numero o nello svolgimento dei calcoli o altro ancora, si rende necessaria una valutazione specialistica per formulare o meno la diagnosi.

Dopo il prezioso contributo scientifico delle Conferenze scientifiche di consenso, l’introduzione della legge 170 del 2010 ha rappresentato una svolta formale cruciale per rimodellare lo scenario diagnostico dei DSA, assieme ad altre indicazioni che riguardano sia i Clinici sia la Scuola.

L’applicazione della legge a livello regionale ha successivamente disposto che la diagnosi possa venire formulata dal Neuropsichiatra infantile oppure dallo Psicologo, preferibilmente all’interno di un’équìpe multidisciplinare, con l’emissione di un’apposita certificazione che attesta la tipologia del disturbo, ne descrive le caratteristiche e il profilo funzionale e contiene le indicazioni specifiche per favorire l’apprendimento e l’applicazione della didattica ad alunni e insegnanti.

Vale a dire che la certificazione DSA dà diritto al bambino con dislessia, disortografia, disgrafia o discalculia di usufruire delle cosiddette misure compensative e dispensative, ovvero una serie di interventi, ritocchi, modifiche e semplificazioni dell’insegnamento tali per cui vengono salvaguardati e garantiti i contenuti delle materie evitando tuttavia le ricadute sfavorevoli sull’apprendimento determinate dal disturbo. Così, tanto per fare un esempio, potrebbe essere che venga evitato di far leggere a voce alta in classe un bambino dislessico, oppure che venga concesso più tempo per l’effettuazione delle verifiche scritte a quello disortografico, o che sia lasciato utilizzare il carattere stampato maiuscolo all’alunno disgrafico o che, infine, il bambino discalculico possa utilizzare tabelle, formulari o la calcolatrice.

Queste misure sono successivamente descritte nel cosiddetto Piano didattico personalizzato, una sorta di “progetto” ideato dalla Scuola e condiviso con i genitori, fondato sulle evidenze ottenute in sede di diagnosi e ad esse adattato, rispettando l’intento degli Insegnanti, utilizzando gli strumenti e la tecnologia a disposizione, valorizzando l’individualità e le risorse dell’alunno.
L’enfasi del legislatore, che si inserisce nel solco aperto dalla comunità clinica, è rivolta proprio alla possibilità di apprendere tutto quanto previsto dal curricolo scolastico aggirando le abilità deficitarie – dispensando o compensando, appunto – affinchè la Scuola e lo studio siano un’esperienza gradita e serena, dalla quale ottenere gratificazione e successo.

Nel caso dei bambini con DSA, integrazione è sinonimo di apprendimento: vale a dire che la questione fondamentale non è tanto il come una certa informazione sia acquisita e ritenuta, ma piuttosto la possibilità che essa possa venire utilizzata, padroneggiata e spesa per arricchire il patrimonio cognitivo di un bambino a prescindere dalla fonte.

Per semplificare, potrebbe essere che nessuno di noi si ricordi quando e come ha appreso che i mammiferi possiedono certe caratteristiche: potrebbe averlo letto, imparato a lezione, ascoltato da un documentario e altro ancora… Ciò che importa però è che possiamo essere messi in grado di utilizzare in modo proficuo questa tipologia di informazioni durante l’interazione con gli altri, per uno scambio di crescita e cultura con l’ambiente.

Con il progredire della tecnologia digitale probabilmente muteranno anche gli scenari di apprendimento classico, e le possibilità di dispensa-compenso diverranno sempre più efficaci, articolate e sicure e consentiranno davvero di creare un ambiente maggiormente neutro e privo di esiti – e di visibilità – sui ragazzini che presentano queste problematiche.

Daniel Pennac, da alunno somaro a scrittore: "Così ho vinto la disortografia"

Interviste e personaggi

A scuola gli davano dell'asino, poi da grande è diventato prima insegnante e poi scrittore. L'autore francese, in Italia per un convegno sui disturbi dell'apprendimento all'Università di Modena, ci racconta la sua esperienza. E ai giovani con disturbi dell'apprendimento dice: "Non abbiate paura"

MODENA - Si scrive Dsa, si legge Disturbi specifici dell'apprendimento. Dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia quelli più diffusi. In Italia a soffrirne sono oltre 90 mila alunni, almeno quelli certificati nell'anno scolastico 2011/12, pari a poco più dell'1% della popolazione scolastica.

C'è chi non riesce a leggere velocemente o in modo corretto, chi ha problemi con i calcoli, chi non riesce a riprodurre segni alfabetici e numerici. Ma c'è anche chi non si è fatto fermare dalle difficoltà.

È il caso dello scrittore francese Daniel Pennac. Classe 1944, diventato famoso con la serie di romanzi sulla famiglia Malaussène, Pennac (all'anagrafe Pennacchioni) è affetto da disortografia ovvero il disturbo della scrittura che non rispetta le regole di trasformazione del linguaggio parlato in scrittura. Oltre ai romanzi (usciti in Italia per Fel

martedì 13 maggio 2014

Un’opportunità a 'costo zero' per gli alunni affetti da DSA e BES

Abbiamo ricevuto un'email del nostro lettore Elvio Petrecca, che illustra le potenzialità dei blog didattici per gli alunni affetti da DSA e BES. Volentieri la pubblichiamo.  
Invitiamo altri lettori interessati a intervenire sull’argomento, o a offrire nuovi spunti di dibattito, a scriverci come di consueto a botta_e_risposta@tuttoscuola.com.
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Un’opportunità a “costo zero” per gli alunni affetti da  DSA e BES
Il sistema scolastico ha bisogno di una  sconvolgente metamorfosi  per continuare ad essere la sede  esclusiva e privilegiata “dell’apprendimento”. I possibili sviluppi futuri dei sistemi formativi, esigono una riorganizzazione metodologica strutturale, orientata ad accelerare i processi d’inserimento delle Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione  (TIC).
Aggiornamento, ricerca e risorse finanziarie, sono gli elementi irrinunciabili per individuare, metodi e strategie valide, che conducono alla  realizzazione di “ linee guida” dettagliate, che  mettono nelle condizioni le istituzioni scolastiche e gli  educatori, di utilizzare agevolmente con “facilità” tali metodologie e stabilire un più accattivante, produttivo, efficace  “dialogo educativo” con i discenti, tutti i discenti, nessuno escluso, per  garantire loro, “la piena realizzazione della personalità.
Tra i tanti metodi offerti dalle tecnologie didattiche, riteniamo che i blog didattici, con la  loro insita flessibilità operativa, siano gli strumenti più versatili con cui è possibile proporre degli interventi commisurati ai bisogni e alle esigenze, agli interessi, alle motivazioni degli allievi.
Se ciò vale per gli allievi  normodotati, diventa, estremamente utile  per gli allievi con DA (Diversamente Abili), BES (Bisogni Educativi Speciali) e DSA (Disturbi Specifici d’Apprendimento). E’ possibile concepire questo spazio web, realizzabile “gratuitamente” (Blogger World Press etc.) con facilità, attraverso una procedura guidata passo dopo passo, come uno strumento che facilita l’apprendimento, attenuando o/e compensando le carenze e le difficoltà.
Attraverso un blog didattico è possibile realizzare una programmazione personalizzata nel pubblicare specifico materiale testuale, grafico o multimediale adeguato all’entità del disturbo, che permette all’allievo in modo “alternativo”, di raggiungere gli obiettivi programmati. Un blog come ambiente d’apprendimento con contenuti formali ed informali che traccia una specie di portfolio elettronico del vissuto educativo, didattico e umano degli allievi, che dà continuità all’azione educativa e agevola il lavoro dei Consigli di Classe e degli insegnanti che spesso si alternano nel seguirli, nei vari ordini di scuola, Uno spazio web che può offrire, i seguenti vantaggi:  
  • è utilizzabile durante tutto l’anno scolastico, diventa di fondamentale utilità,  nei lunghi periodi di interruzione delle attività didattiche e nei casi in cui, gli alunni, si trovano nelle condizioni di non poter frequentare assiduamente la scuola poiché ospedalizzati o sottoposti a particolari terapie;
  • crea un canale comunicativo reciproco tra tutte  le figure familiari, istituzionali e professionali che seguono l’alunno;
  • stabilisce dei rapporti di collaborazione tra diverse scuole e insegnanti che vivono le stesse problematiche per la condivisione, il confronto e lo scambio di materiali e  di “buone pratiche” d’insegnamento”.
Associato ad un blog è possibile utilizzare in parallelo, un programma che permette di comunicare in videoconferenza con l’alunno (Messanger, Skype). Un blog personalizzato in cui pubblicare  informazioni utili alle persone che si interessano all’alunno e specifico materiale  per lo studio. Il VoIP per rielaborare i contenuti programmatici pubblicati sul blog, ma anche per studiarne altri. In tal modo con un blog ed un VoIP si andranno a privilegiare, per l’acquisizione dei contenuti, i canali comunicativi più favorevoli, ad esempio, per gli allievi con DSA.
Prof. Elvio Petrecca

tuttoscuola.com

Audiolibri e manuali semplificati. Quando la tecnologia aiuta gli alunni in difficoltà

Il contenuto di un libro rielaborato in maniera semplificata e sintetica, pensando in particolare agli studenti stranieri che non conoscono bene l’italiano (sotto, un esempio). Contenuti per potenziare l’attenzione e la memoria dedicati agli alunni con disabilità intellettive. File per costruire mappe concettuali, destinate agli allievi con difficoltà di apprendimento.
Sono alcuni degli strumenti per gli studenti con bisogni educativi speciali (BES) messi a punto dalla casa editrice Zanichelli (qui, il catalogo).

Già la legge 170/2010 riconosceva la dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia quali disturbi specifici di apprendimento (DSA) e prevedeva misure educative e didattiche di supporto. Un’ulteriore direttiva del ministero dell’Istruzione del 27 Dicembre 2012 allarga le categorie di allievi cui destinare le strategie e gli strumenti di aiuto: «Ogni alunno, con continuità o per determinati periodi, può manifestare bisogni educativi speciali: o per motivi fisici, biologici, fisiologici o anche per motivi psicologici, sociali, rispetto ai quali è necessario che le scuole offrano adeguata e personalizzata risposta» si legge nel documento. In cui, appunto, si spiega che «l’area dello svantaggio scolastico è molto più ampia di quella riferibile esplicitamente alla presenza di deficit. In ogni classe ci sono alunni che presentano una richiesta di speciale attenzione per una varietà di ragioni: svantaggio sociale e culturale, disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse».
Proprio per questi studenti, come ha sottolineato Franco Bomprezzi in un post sul blog Invisibili, i nuovi strumenti digitali possono rappresentare una risorsa in più.
Ecco alcuni esempi, tra i prodotti della casa editrice Zanichelli. Partendo dagli strumenti più semplici, segnaliamo gli  audiolibri letti da attori  (non sintetizzati tramite un sistema digitale automatico), utili inannzitutto per gli alunni con problemi divista ma anche per quelli con difficoltà nella lettura o per gli stranieri che abbiano bisogno di ascoltare la pronuncia esatta della lingua italiana.
Per gli allievi ipovendenti o per gli studenti dislessici o con altri disturbi specifici di apprendimento, inoltre, l’editore mette a disposizione, su richiesta, anche il file del libro di testo che può essere riebolarato con gli appositi software compensativi (vale a dire i programmi informatici che supportano le fragilità o le difficoltà di apprendimento causate dal disturbo). Un ulteriore possibilità è il sintetizzatore vocale, con parole evidenziate una a una (modalità karaoke), pensato sempre per studenti ipovedenti, non vedenti e con DSA, per aiutarli a orientarsi nel testo (questo strumento è disponibile, per ora, solo online, nella piattaforma interactive eBook).

mercoledì 19 febbraio 2014

Servizi di ascolto psicologico - DSA


SERVIZIO DI ASCOLTO PSICOLOGICO (SAPCO)



Che cos’è?

E’ attivo presso le sedi Adsu il Servizio di Ascolto Psicologico rivolto a tutti gli studenti UdA e si occupa di individuarne i bisogni e gli eventuali ostacoli di natura psicologica rilevati durante il percorso universitario, fornendo loro un adeguato supporto/chiarificazione nelle situazioni di crisi/disagio (difficoltà nella metodologia di studio, nelle relazioni interpersonali, problemi di integrazione sociale, etc.).

Il SAPCO interviene in modalità esclusivamente riservata e gratuita, permettendo così di individuare le risorse di ogni singolo studente e favorendo il raggiungimento degli obiettivi accademici per facilitare il processo di autonomia ed accrescere la qualità di vita.

Cosa offre?

- Sportello di ascolto;

- Consulenza di orientamento individuale e/o di gruppo;

- Coordinamento tra attività tutoriali;

- Gruppi di studio;

- Collaborazione interattiva con i servizi di Orientamento, Disabilità, DSA e Placement.



SERVIZIO DISTURBI SPECIFICI DELL’APPRENDIMENTO (DSA)



Che cos’è?

E’ attivo presso le sedi Adsu il Servizio per studenti DSA (dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia) dell’Università degli Studi “G. d’Annunzio”, dove operatori specializzati offrono consulenze e interventi gratuiti volti a favorire l'inserimento dello studente, migliorandone la qualità di vita.

Il Servizio DSA, nell’ottica sia della riservatezza individuale sia di una reale inclusione, propone differenti attività finalizzate all’individuazione e al superamento delle problematiche di natura didattica, psicologica e sociale, per il raggiungimento degli obiettivi accademici a tutela delle pari opportunità di studio.

Cosa offre?

- Prima accoglienza richieste studente;

- Consulenza specifica per l’elaborazione di strategie di risposta;

- Laboratori metacognitivi (gruppi studio, student training individuali e di gruppo);

- Attività di raccordo tra il personale docente e lo studente sulle tematiche atte a favorire l’inclusione;

- Collaborazione interattiva con i servizi di Orientamento, Counseling, Disabilità e Placement;

- Incontri concordati presso Scuole Secondarie di II Grado per insegnanti e alunni dell’ultimo biennio.



CONTATTI

Servizio di Ascolto psicologico (SAPCO)
Referente :
Dott.ssa Karola Sorgi
Per richiedere un appuntamento scrivere a: sapco@adsuch.it

Servizio Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA)
Referenti :
Dott.ssa Giulia Paoloni
Dott.ssa Irene Sborlini
Per richiedere un appuntamento scrivere a: dsa@adsuch.it


DOVE SIAMO

Sede di Chieti: Viale Unità d’Italia 32/A, Chieti. Tel. 0871.561740 (interno 228)
Sede Pescara: Viale Guglielmo Marconi 189, Pescara Tel. 085.4549592




http://www.unich.it/unichieti/appmanager/unich/didattica?_nfpb=true&_pageLabel=P35200115201390997664243