A.A.A. - D.S.A. - Dislessia, un limite da superare

A.A.A. - D.S.A. - Dislessia, un limite da superare

venerdì 7 febbraio 2014

DISLESSIA: NOVITA' DIDATTICHE QUADERNO PER DISLESSICI



Un quaderno di regole per imparare a leggere, scrivere e la grammatica, ma dov'è la novità vi starete chiedendo?
L'intenzione non è quella di aggiungere, ma piuttosto diversificare il modo stesso di fare grammatica.
Il bambino dislessico non è un malato o un disabile, è un individuo in cui, le funzioni neurobiologiche, si comportano in modo distinto e differente dagli altri individui.
Infatti un bambino dislessico è un bambino molto particolare, con difficoltà particolari: è intelligente, è in "gamba", ma la matita e i quaderni sono i suoi nemici; a voce è in grado di rispondere prontamente, però in caso di una verifica scritta potrebbe "consegnare in bianco".
La dislessia provoca un modo di lavoro nel bambino discontinuo e strano, l'importante è che, soprattutto gli insegnanti, trovino il modo adeguato per guidarlo.



Dislessia: una sfida per la società

Per aiutare un bambino dislessico un'esperta consiglia di creare un quaderno per dislessici, che può, però, essere utilizzato anche da individui senza il problema della dislessia.
Il quaderno, da tenere sempre a portata di mano, deve essere aggiornato poiché le regole aumentano di giorno in giorno; deve contenere le principali regole ortografiche associate a simpatiche immagini guida, per i più piccoli; poi tabelle di sintesi; i verbi; infine, le tabelle semplificate per l'analisi grammaticale: al tutto si devono aggiungere delle linguette colorate, utili a distinguere il contenuto.
Il bambino, può così, tenendolo a portata di mano, consultarlo senza andare a sfogliare, perdere tempo prezioso e rileggere i titoli ogni volta: in tale modo l'efficacia e i conseguenti successi, contribuiranno ad aumentare l'autostima e il sorriso che diverrà una costante sul volto del bambino dislessico.
Le difficoltà non svaniranno con l'ausilio del quaderno, ma si sentirà più compreso e non servirà più che, qualcuno, gli debba stare seduto accanto perché potrà essere più autonomo; il quaderno può essere preparato per tutti i bambini, anche i non dislessici, in quanto tutti possono trarne beneficio per migliorare, magari per riguardare qualche regola, in tempo reale, che non ricordano.
Le definizioni possono perdersi nella memoria di chiunque ed essere fini a se stesse, la modalità di accesso al sapere e le strategie per "digerirlo" devono essere l'obiettivo principale di ogni buon maestro.
Tornando al quaderno è importante sapere che mettere tutte le regole insieme di per sé non è un problema, perché si impara a selezionare i tempi.
I bambini parlano e usano naturalmente e inconsapevolmente tutte le "regole" della lingua senza conoscere le definizioni, incasellate dagli adulti; si tratta, quindi, semplicemente, ogni tanto di far sapere che c'è una definizione specifica per quel nome, per quel verbo o per quella proposizione, anche se non deve essere questo lo scopo principale della grammatica.
I bambini sono "spugne", non esseri privi di potenzialità intellettive, quindi è importante non limitare il linguaggio, rendendolo, anche più specifico, perché impareranno ad utilizzarlo prima e meglio.
Con l'aiuto del quaderno, dopo averne arricchito il lessico, tutti hanno la possibilità di andarsi a rivedere il significato, diventando "più ricchi di parole"; questa prassi, permette ai bambini dislessici di produrre testi pieni di parole nuove e più adeguate.
Il quaderno, anche se nato per il bambino dislessico, può essere usato da tutti, anche per non far sentire "inferiore", ma uguale agli altri bambini, quello più problematico: per tutti è utile, per il bambino dislessico è indispensabile.
Chi è più in difficoltà, inoltre, non si sente messo da parte: ognuno contribuisce al lavoro e ha il compito di fare in modo, una volta creato gruppi di coppie, che ogni bambino sia responsabile del suo compagno, imparando che è normale essere diversi; quindi è normale studiare in modo diverso e normale aiutare chi è più in difficoltà.
Visto che tutti lo fanno per tutti, anche i bambini dislessici non vivono la scuola come un disagio solo personale; anzi, raggiunti questi obiettivi, si è verificato che, proprio i bambini problematici, si offrissero per leggere o aiutare gli altri.
Le riflessioni conclusive, quindi portano a capire che è importante personalizzare ed utilizzare strategie diverse che diventano efficaci, solo, a livelli diversi.
Si può sempre imparare a modificare, modellare e adeguare anche il proprio modo di far didattica, sforzandosi di non vedere più il bambino con difficoltà più o meno specifiche come "uno" che non riesce, ma come "uno" che stimola in continuazione a migliorare per primi noi stessi, poi il nostro modo di proporci e di fare scuola.
Avere a che fare con bambini in difficoltà di apprendimento è una sfida, un'avventura continua senza una fine.
I bambini dislessici vanno osservati, ascoltati e bisogna accettarne i suggerimenti perché, spesso, le strategie migliori sono indicate da loro stessi: bisogna renderli protagonisti.
Ogni problema ha una soluzione, altrimenti non sarebbe un problema.

Dislessia: Da KO a OK! Il font ad alta leggibilità EasyReading


Sono dislessico e collaboratore editoriale. Binomio impossibile? Assolutamente no. Le case editrici si sono presto accorte che un collaboratore dislessico è un’opportunità. Perché quello che va bene per un dislessico va benissimo per tutti i lettori.

Avete mai pensato che allo specchio le lettere KO diventano esattamente il contrario?

OK

Mi viene in mente che Leonardo da Vinci (mancino e dislessico) era capace di scrivere al contrario, da destra verso sinistra e dall’ultima pagina verso quella iniziale (“Storie di normale dislessia” di Rossella Grenci e Daniele Zanoni).

La scrittura è una convenzione recente per il nostro cervello. Non è intuitiva neppure la “direzione”, da sinistra a destra o da destra a sinistra.

E il modo di leggere “dislessico” potrebbe essere giusto in un altro sistema di scrittura.

Secondo le stime più recenti la dislessia oggi interessa almeno il 10% della popolazione mondiale, ovvero circa 700 milioni di persone. E la dislessia può apparire sotto molte e diverse forme, rendendo difficile la diagnosi quando il problema si manifesta.

Sono dislessico e collaboratore editoriale. Binomio impossibile? Assolutamente no. Le case editrici si sono presto accorte che un collaboratore dislessico è un’opportunità. Perché quello che va bene per un dislessico va benissimo per tutti i lettori.

E la mia esperienza di lettore per professione e per piacere si è sempre scontrata con la grafica della pagina scritta.

Per fortuna, rispetto al passato, tanto si sta muovendo nell’universo dei caratteri agevolanti per le difficoltà di lettura. Altre ricerche (come quella del Centro Risorse – Clinica Formazione e Intervento in Psicologia: Gradimento e prestazione nella lettura in Times New Roman e in EasyReading® di alunni dislessici e normolettori della classe quarta primaria) perseguono, con risultato affermativo, l’obiettivo di verificare se la preferenza per un carattere sia giustificata da un effettivo aumento in termini di velocità di lettura e correttezza, nei normolettori e nei dislessici.

Come semplice lettore con DSA, mi piacerebbe iniziare uno scambio di idee tra dislessici adulti sui font in uso: che poi sempre con questi dobbiamo comunque fare i conti, nella realtà, sia cartacea sia elettronica.

Ci sono soluzioni che sembrano miracolose: usiamo il tablet e sconfiggeremo i problemi…

Molto interessanti a questo riguardo le riflessioni e le conclusioni della professoressa Roberta Penge, raccolte da Tina Simonello su Repubblica (19/11). Il titolo dell’articolo così sintetizza: “Dislessia. Se un tablet velocizza la lettura”, ma in realtà il testo ci fa capire una volta di più che non basta l’idea astratta di tablet, perché la scrittura non è un elemento impercettibile, tutt’altro.

Le ricerche di questi ultimi anni hanno evidenziato alcuni dati comuni. Scrive la professoressa Penge: «Un supporto che permette di modificare l’aspetto del testo funziona molto bene per i dislessici con difficoltà più di tipo visuospaziale, ma rappresenta sicuramente un aiuto valido anche per i cosiddetti dislessici linguistici (la cui difficoltà ha a che vedere più con il linguaggio, con la decodificazione dei segni in suoni)».

Come Edo di Roberta Moriondo (Edo non sa leggere. E’ dislessico. Proprio come Einstein) che scambia Voce e Foce.

L’effetto affollamento è sempre in agguato per noi dislessici: quella foresta, peggio: quel muro senza appigli che può diventare la pagina scritta.

Lo studio di Marco Zorzi, docente di Psicologia e intelligenza artificiale all’università di Padova, in collaborazione con l’istituto Burlo Garofalo di Trieste e l’università di Aix en Provence-Marsiglia, pubblicato sulla rivista Pnas (vedi: Il Secolo XIX – 19-06-12), ha puntato l’obiettivo sull’affollamento percettivo: aumentando la spaziatura tra lettere di un testo si ottengono migliori performance di lettura. 
 
Anche altri elementi possono confondere chi ha difficoltà di lettura: «Il tipo di carattere per esempio», il disegno del carattere in sé.
In effetti per me (dislessico compensato) il Times New Roman ha un po’ troppe grazie ma l’Arial è troppo “rotondo”, indifferenziato, soprattutto in alcuni caratteri (dbpq oppure “u” e “n” rovesciato)..

L’OpenDyslexic del designer Abelardo Gonzales utilizza l’effetto zavorra per ancorare le lettere alla riga e impedire che girino, “capottino” etc. I non dislessici non lo amano, solitamente, e io stesso non mi sento sciolto nella lettura. Bene ha fatto Biancoenero® “a non accentuare la differenza di questa font con altre in uso nei testi per ragazzi, per non disorientare il lettore”.

Dal video Dislessia & Design un non dislessico può avere un’idea di cosa sia la dislessia. Il Design For All è quello del font ad alta leggibilità EasyReading:

Dislessia infantile: origini e concause di un disastro e un’epidemia di massa Perché sempre più bambini non sanno parlare, scrivere o ragionare?

La dislessia sta diventando una vera e propria emergenza, un’epidemia, con punte statisticamente alte a tutti i livelli. Il fenomeno diventa ancora più macroscopico nelle prime classi della scuola primaria, e si innesta con altri fenomeni (difficoltà all’abbandono dei pannolini; incapacità di concentrazione e ragionamento; incapacità di allacciarsi le scarpe, sbucciare le mele etc.; ipercinetica; picnolessia …).

Diverse le cause del disastro, ma ci sembra siano da ricercarsi nel cambiamento delle abitudini familiari e nel dominio della comunicazione per immagini sulla comunicazione diretta con familiari e amici: le immagini semplici -o iconiche- non hanno bisogno di ragionamento per essere lette: sono come un biberon. L’assassinio della lettura di libri è parte di questo problema (leggendo ci si deve creare “immagini mentali” autonome, si “crea” e si ragiona mentre si legge, cosa impossibile col biberon delle immagini in movimento).
Inoltre madri e padri non hanno quasi più contatti con i figli, a causa del lavoro: crolla quindi il dialogo e l’apprendimento al discorso, e mancano le parole (non c’è quasi più lessico). Prima della rivoluzione sociale che ha “liberato” il lavoro femminile, le donne svolgevano il ruolo prezioso di trasmissione della lingua, del sapere familiare, del dialogo e della capacità di discutere. In seguito, si è dovuto ricorrere al ritorno all’educazione di Stato (in stile antica Sparta, Unione Sovietica e gioventù hitleriana), con la fine della vita di cortile (altro fondamento dell’intelligenza dei più giovani), sostituita dalla nefasta pratica delle palestre, delle scuole calcio, dei doposcuola, in cui i bambini devono sempre stare zitti e eseguire gli ordini dell’onnipresente sorvegliante adulto. Nel frattempo, padre e madre insieme guadagnano quello che prima guadagnava il solo padre: una truffa di massa, in cui ci hanno rimesso tutti. Sarebbe bene aumentare la paga del genitore che è il solo a lavorare in una famiglia, e/o incentivare il telelavoro, che permette di lavorare da casa.
Viceversa, il bambino nutrito a merendine organiche e schermi al plasma, resterà comunque (quasi) senza parole.
C’è insomma un aspetto “clinico” della dislessia DSA, ma ci sono anche delle profonde concause sociali, che nascono proprio quando il bambino comincia a emettere le prime parole (pertanto non sono categorizzabili clinicamente) della “lingua madre”, e la madre troppo spesso non c’è…
Ecco -secondo noi di Tigullio News (che abbiamo avuto la fortuna di frequentare casa di Gianni Rodari)- le vere cause di un disastro sociale comunque esistenti, DSA o no. E chi racconta più ai piccoli favole e filastrocche? Se il bambino non capisce, mentre ascolta una fiaba alla tv o fa un gioco alla PS… chi gli spiegherà gli Arcani Sconosciuti?

Dislessia sotto screening

Un progetto innovativo alla “Pascoli” di Sant’Anna: lo screening

per l’individuazione precoce dei bambini a rischio di difficoltà scolastiche

I numeri del problema sono sotto gli occhi di tutti gli operatori della scuola: i casi di DSA sono in crescita esponenziale un po’ dappertutto, dalla Primaria alle Medie, fino alle scuole superiori. Si tratta dei cosiddetti disturbi specifici di apprendimento, che consistono in problematiche relative alla lettura (dislessia), alla corretta scrittura (disgrafia e disortografia) e ai calcoli matematici (discalculia) che colpiscono i bambini e i ragazzi di ogni età.

Contrariamente a quanto si poteva ritenere, questi disturbi non sono derivanti da un ritardo dell’alunno, ma da una difficoltà costituzionale determinata biologicamente, che si manifesta fin dalle prime fasi dell’apprendimento. E’ un circolo vizioso: il bambino affetto da DSA fa più fatica e ottiene risultati meno brillanti, il che incide sul successivo impegno e sulle conseguenti votazioni, e così via, in un percorso che tende ad essere fortemente involutivo.

Oggi i DSA sono diagnosticati con più attenzione rispetto al passato e addirittura una legge (la n. 170 del 2010, con le conseguenti Linee guida del 2011) ha stabilito alcune tutele per gli allievi colpiti da questi disturbi; così attraverso vari tipi di strumenti compensativi e dispensativi, da utilizzare anche durante gli esami, si cerca di alleviare la fatica che gli alunni devono affrontare.

L’Istituto Comprensivo Rapallo, in collaborazione con due psicologhe esperte in materia, le dottoresse Maria Ida Federici e Alessandra Guagliardo, promuove un progetto innovativo per la rilevazione precoce dei bambini a rischio di DSA, con un intervento che coinvolgerà le prime due classi della scuola primaria (elementare). Dopo una prima fase di informazione per le famiglie e di formazione dei docenti coinvolti, ci sarà un periodo dedicato a prove collettive ed individuali; in seguito, in base ai risultati emersi, nei mesi successivi ci saranno interventi di rafforzamento, una prova conclusiva e alla fine dell’anno scolastico un incontro con docenti e genitori per la restituzione dei dati emersi dall’intervento.

“L’identificazione preventiva delle difficoltà di apprendimento – afferma Maria Ida Federici, la psicologa responsabile del progetto – consente di intervenire precocemente sulle aree di carenza, limitando così le esperienze di insuccesso che potrebbero avere ripercussione da un punto di vista emotivo e motivazionale. Trattandosi di un’attività di screening deve focalizzarsi su quella fascia scolastica in cui non e’ ancora possibile fare diagnosi, che potrà essere effettiva alla fine della seconda elementare”.

Il progetto, che coinvolgerà complessivamente circa un centinaio di bambini della scuola primaria Pascoli di S.Anna, ha già previsto una formazione per genitori e docenti a partire dallo scorso novembre; questa settimana sono cominciate le prove collettive e individuali per gli allievi; seguirà, in base ai risultati, un’attività di rinforzo svolta dalle docenti e a maggio una prova. Il percorso verrà concluso con la restituzione dei dati analizzati in un incontro pubblico di approfondimento della tematica.

“In questi casi – aggiunge Giacomo Daneri, dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo Rapallo – è fondamentale la collaborazione tra scuola, famiglie ed operatori sanitari, nell’ottica dell’importanza del bene del bambino. Siamo quindi davvero orgogliosi di ospitare un progetto così significativo e unico per il nostro territorio”.

mercoledì 22 gennaio 2014

Gli ebook sono sempre più un gioco da ragazzi




Se negli ultimi anni vi è sembrato che le sezioni dedicate a bambini e ragazzi delle librerie che frequentate siano aumentate notevolmente sia in quantità sia in varietà, ebbene non è una semplice impressione. Perché è un dato ormai consolidato e confermato dalle cifre dell’Associazione Italiana degli Editori che la letteratura per l’infanzia è il settore che in qualche modo sta salvando il mercato librario del nostro Paese: lo scorso anno ha coperto infatti circa il 15% delle vendite (le cifre aumentano al 24% per quanto riguarda la piccola e media editoria) ed è l’unico settore non in perdita in uno scenario altrimenti catastrofico. Il fenomeno, inoltre, non si limita al cartaceo: se nel 2012 sono stati pubblicati 5164 titoli per bambini e ragazzi in formato tradizionale, sono stati messi in commercio anche 2177 ebook e il trend è in crescita.

Guardando a un mercato più avanzato del nostro sul fronte della letteratura digitale, ovvero gli Stati Uniti, si può notare come i children’s ebook abbiano avuto una crescita enormente positiva nel 2012 (a luglio di quell’anno il loro mercato era aumentato di quasi il 90% rispetto a dodici mesi prima), sebbene nel 2013 vi sia stato un rallentamento dovuto a una contrazione generale dei libri elettronici, che rappresentano comunque il 30% dell’industria editoriale statunitense. In ogni caso negli scorsi mesi molte realtà che operano nella diffusione digitale dei contenuti, da Netflix a Sony fino a Nook di Barnes&Nobles ha lavorato per lanciare piattaforme appositamente dedicate alla lettura per l’infanzia, mentre Apple – nonostante alcuni problemi derivanti dall’accesso incontrollato dei minori agli store online – si conferma leader nella produzione del settore educational.


Il settore degli ebook per i più giovani è in grande fermento, anche perché le problematiche da affrontare sono molteplici. Da una parte ci sono dei limiti di tipo tecnico, perché i libri digitali per bambini necessitano spesso di illustrazioni e animazioni elaborate, fattore che fa lievitare sia il peso del file da scaricare sia i prezzi. Inoltre questi stessi ebook devono affrontare la concorrenza e la vera e propria dispersione dell’offerta rispetto alle molteplici app per l’infanzia che non solo forniscono brevi contenuti testuali ma anche situazioni interattive, giochi, quiz e video. Non è insensato pensare che la stessa letteratura infantile nella sua evoluzione digitale si integrerà sempre più con queste applicazioni ludiche per puntare a coinvolgere sempre più il giovane lettore nell’andamento e nello sviluppo della narrazione.

Di grande interesse è anche tutto l’ambito che riguarda gli ebook scolastici. Molto si sta già facendo per sviluppare testi interattivi e facilitati che siano di supporto nel caso di gravi problemi per l’apprendimento, oramai sempre più diffusi, come la dislessia e il deficit d’attenzione. Ma anche per i testi scolastici generici la strada verso la digitalizzazione sembra obbligata, nonostante i soliti problemi di innovazione all’italiana: se il ministro dell’Istruzione del precedente governo Monti, Francesco Profumo, aveva già stabilito l’introduzione obbligatoria degli ebook scolastici a partire da quest’anno, i ritardi nell’attuazione dell’Agenda Digitale hanno costretto l’attuale ministro Maria Chiara Carrozza a far slittare il provvedimento al prossimo anno scolastico 2014-15. Le prospettive sempre più incalzanti e moderne dell’apprendimento scolastico, come il social learning e le risorse crowded-based, tuttavia, impongono un’accelerazione anche su questi temi prima di accumulare un ritardo irreparabile.

Gli ebook sono dunque una realtà sempre più importante per i giovani lettori italiani (ovvero il 45% della popolazione nella fascia fino ai 14 anni). Non è un caso che l’Associazione Italiana Biblioteche e l’AIE, in collaborazione con i siti per l’infanzia Filastrocche.it, Mamamò.it e l’agenzia Fattore Mamma, abbia lanciato la seconda edizione di #NatiDigitali 2014, un’indagine online per comprendere le tendenze e le abitudini dei genitori e dei bibliotecari nei confronti delle letture dei digitali di figli e utenti più piccoli. Se i risultati dell’anno scorso avevano dimostrato alcune resistenze alla conversione perché si riteneva che solo il cartaceo potesse conservare ancora la “magia del libro”, si vedrà quest’anno se gli ebook si sono definitivamente ritagliati il loro spazio nell’immaginario dei più piccoli.

Dislessia: la minor dimensione della materia grigia non è handicap

Pubblicato il gennaio 18th, 2014 da Grazia Musumeci


La dislessia è la difficoltà a leggere bene a causa dell’impossibilità di distinguere le forme di alcune lettere o i caratteri di alcune parole. Il dislessico è stato troppo spesso classificato come “stupido”, sia per questa difficoltà di lettura che per i risultati di alcune ricerche che avevano osservato una minor quantità di materia grigia nel cervello dei dislessici. Dunque “meno cervello” è la causa del problema?

Assolutamente no, dice uno studio americano del Georgetown University Medical Center che ha analizzato un campione di bambini dislessici mettendolo a confronto con coetanei non dislessici ma anche con bambini più piccoli, che dunque leggevano meno bene perchè stavano ancora imparando. Si è visto che in effetti i bambini dislessici avevano meno materia grigia nel cervello, a differenza dei non dislessici loro coetanei che l’avevano “normale”.

Ma i bambini piccoli, non dislessici, che stavano imparando a leggere da poco, avevano la stessa quantità di materia grigia dei dislessici. Dunque un bambino dislessico di 10 anni ha la stessa quantità di materia grigia di un bambino non dislessico di sei anni. Non è un problema di meno materia cerebrale che crea il disturbo ma al contrario, la difficoltà di lettura fa sviluppare il cervello più lentamente e dunque fa crescere la materia grigia con qualche anno di ritardo. Questo ci porta a capire che iniziando a lavorare sui bambini dislessici fin dalla primissima infanzia, forse li si può aiutare a tenere il passo con gli altri. Magari non raggiungeranno lo stesso livello di bravura, ma di sicuro NON SONO stupidi.

Dislessia: Da KO a OK! Il font ad alta leggibilità EasyReading

Pubblicato da Redazione il 17 gen 2014 alle ore 12:42

Di Massimo Rondi


Sono dislessico e collaboratore editoriale. Binomio impossibile? Assolutamente no. Le case editrici si sono presto accorte che un collaboratore dislessico è un’opportunità. Perché quello che va bene per un dislessico va benissimo per tutti i lettori.

Avete mai pensato che allo specchio le lettere KO diventano esattamente il contrario?  OK Mi viene in mente che Leonardo da Vinci (mancino e dislessico) era capace di scrivere al contrario, da destra verso sinistra e dall’ultima pagina verso quella iniziale (“Storie di normale dislessia” di Rossella Grenci e Daniele Zanoni).

La scrittura è una convenzione recente per il nostro cervello. Non è intuitiva neppure la “direzione”, da sinistra a destra o da destra a sinistra.

E il modo di leggere “dislessico” potrebbe essere giusto in un altro sistema di scrittura.

Secondo le stime più recenti la dislessia oggi interessa almeno il 10% della popolazione mondiale, ovvero circa 700 milioni di persone. E la dislessia può apparire sotto molte e diverse forme, rendendo difficile la diagnosi quando il problema si manifesta.

Sono dislessico

domenica 19 gennaio 2014

DSA – Disturbo specifico dell’apprendimento e… la sopravvivenza


DSA – Disturbo specifico dell’apprendimento e… la sopravvivenza
di Signorasinasce

Quando hanno certificato che mia figlia era dislessica non ci potevo credere: aveva 8 anni. Non sapevo se piangere o ridere. Avevo dato una risposta ai mille dubbi che mi attanagliavano l’anima da troppo tempo, ma già allora avevo intuito che la sua strada scolastica sarebbe stata un bagno di sangue. Per lei e per me. Non mi sbagliavo. Sì lo so, esiste una legge a tutela: la 170/2010. Sono socia dell’A.I.D dove pago regolarmente i 40 euro di quota associativa annuale e praticamente so tutto del fenomeno. Sono meglio di un neuropsichiatra infantile, di una psicomotricista, di uno specialista del linguaggio. Conosco la normativa a memoria. Ho letto tutti i libri che parlano di strumenti compensativi, informatici e mappe concettuali. Ma che fa… se tutte queste meraviglie le sa una bancaria per caso, mentre a scuola ogni insegnante si applica poi come crede? Mia figlia studia tutto il giorno e ciò non può essere normale. Come farà a fare le superiori? La mattina è a scuola mentre il pomeriggio va a ripetizione di tutte le materie perché il DSA ha una caratteristica principale: il bisogno di essere costantemente assistito, soprattutto se oltre ad essere dislessico è discalculico e disortografico. In lei il ragionamento matematico è un giro di valzer, mentre la scrittura è paragonabile a quella di un bambino di quarta elementare. La legge parla di misure dispensative:pochi compiti, perché i bambini dislessici ci mettono il quintuplo del tempo a fare tutto; riduzione della somministrazione delle prove scritte a beneficio di quelle orali, perché i bambini dislessici hanno un’ottima memoria visiva, ma sulle righe dei quaderni si perdono come se fossero nella riserva indiana; compiti in classe con prove dimezzate con un programma per volta, perché i bambini dislessici soffrono spesso di deficit d’attenzione ed hanno la memoria corta;utilizzo di mappe concettuali nello studio e di formule matematiche e calcolatrice, perché i bambini discalculi non sapranno mai a memoria né le tabelline né le formule;l’apprendimento delle lingue dovrebbe favorire il parlato, non lo scritto, perché se un bambino scrive in italiano con un errore in ogni singola parola per un problema di trasformazione del suono in sillaba, è ovvio che non potrà mai apprendere l’inglese. I bimbi come mia figlia vanno valutati per i contenuti, non per i risultati. Se io, che non sono nessuno, l’ho capito, chi mi spiega perché ad ogni inizio d’anno scolastico devo alzare la voce brandendo le linee guida per il diritto allo studio se il messaggio è chiaro e semplice? Per non parlare del disagio che tali ragazzi vivono nella relazione con i compagni di classe, i quali tendono ad emarginarli sminuendoli di continuo. In tal caso non mi esprimo oltre perché potrei diventare esageratamente pesante con i genitori di tali progenie di vandali pieni del loro sapere. Io e Sofy teniamo duro da anni e continueremo a farlo fintanto che lo stress non ci ridurrà a brandelli, ma è una guerra che non ha ragion d’esistere. <<Se i tuoi compagni di classe si sentono speciali, ricorda che sono solo bestie da terza elementare>>, le dico sempre per risollevarle l’umore e spronarla ad andare avanti. Ma questa… non è vita. Non lo è a tredici anni. Non lo è per me che ne ho quarantacinque. Non lo dovrebbe essere per nessun bambino, per nessuna mamma e nessun papà. A noi serve una zattera per la sopravvivenza nel mondo scolastico. Siamo nel 2013. Tutto questo non è normale.




Cari amici lettori, rispondo qui ai vostri commenti perchè farlo singolarmente mi costa dello sforzo emotivo ed oggi sono un pò provata. I bambini dislessici non sono ritardati, sono intelligenti, vivaci, molto estroversi e creativi. I più grandi artisti della storia lo erano. Lo so bene. Come ho scritto sopra: sono anni che mi documento e leggo libri, manuali, articoli. Questo post non vuole essere una denuncia, un attacco all’istituzione scolastica o una lamentela fine a se stessa. E’ la triste constatazione di fatto che, in Italia, l’applicazione di qualsiasi legge, diventa un pericoloso salto nel vuoto a causa della totale assenza di vigilanza sull’operato di chi dovrebbe renderle operative. I DSA non hanno scritto in fronte d’esserlo. Non si vede nulla della loro difficoltà ad apprendere. Il campo minato, nella loro vita, è solo la scuola. Fuori da quell’ambiente non sono come tutti gli altri: sono meglio, perchè eccellono in tutti gli aspetti umani, emotivi e creativi. Io sono una mamma come tante. Non mi aspetto la luna da nessuno, ma la domanda che mi toglie il sonno è sempre la stessa:<<Perchè per gli insegnanti è così complicato vedere oltre… una grafia illeggibile o la conta fatta con le dita?>>.

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giovedì 16 gennaio 2014

Tutti uniti, ma contro il lupo. I giochi che insegnano ai nostri figli a collaborare

di Michela Proietti
Tags: famiglie, figli
 
«Ho vinto!». Un nuovo giro nella giostra, lo sguardo ammirato dei compagni di gioco: non importa cosa si conquista, quello che conta è il primo posto. Ogni giornata dei nostri figli è scandita da una piccola vittoria conquistata sul campo di gioco: un assaggio di quella competizione che scandirà la vita da adulti. Adesso che l’infanzia appare come la parentesi più breve nella vita dell’uomo, con la fretta di diventare prima possibile adolescenti, il mondo dei giochi recupera quella dimensione serena di gruppo senza scopo di «lucro».

Non si vincono premi, nessuno è secondo, la vittoria appartiene alla squadra: al posto dei giochi competitivi, si stanno facendo strada i giochi cooperativi che insegnano a condividere gli obiettivi e a collaborare in vista di un successo comune. Da conquistare con generosità, abilità e strategie utili a tutti. In Woolfy, il nuovo gioco Djeco, il lupo è il nemico comune da battere: la favola dei tre porcellini è stata trasformata in un gioco di squadra in cui i giocatori devono costruire una casa di mattoni per mettere al sicuro i porcellini prima che il lupo li acchiappi. Lo stesso spirito anima «Little cooperation» (Djeco), dove sulla banchisa quattro pinguini cercano di tornare nel loro igloo mentre il ponte di ghiaccio è a rischio di crollo: i giocatori (da 3 a 6 anni) devono ingegnarsi per portarli a casa. Il corvo che minaccia la frutta appesa sugli alberi è il nemico contro il quale fare fronte comune nel «Frutteto» (Haba): i giocatori (3-6 anni) lanciano il dado e colgono il frutto indicato, ma se esce l’immagine del corvo, si perde il raccolto.

Il recupero dei giochi cooperativi appare come un ritorno a una dimensione «gentile» della vita: molti dei giochi tradizionali, come il girotondo, sono nati cooperativi, soprattutto quelli giocati dalle bambine. Secondo il pedagogo Ruth Dirx la competizione è subentrata nei giochi maschili per preparare i ragazzini ad un atteggiamento di attacco-difesa necessario in una cultura arrivista. Proprio sull’abbattimento delle barriere di genere (non solo maschio-femmina, ma anche culturali e sociali) si incentra Cuntala («raccontala», in siciliano, www.cuntala.com), il nuovo gioco creato da Barbara Imbergamo e sostenuto con un crowdfunding di 150 pesone che hanno contribuito a finanziare la stampa delle carte.

Da sempre attenta ai temi della multiculturalità, mamma di «una femmina e un maschio e direi così anche se la femmina non fosse la primogenita», Barbara Imbergamo ha deciso di creare un gioco che sovvertisse i luoghi comuni osservando i suoi figli. «Anche se cresciuti in una famiglia anticonformista, notavo molte categorie stereotipate nei loro discorsi». Le 44 carte del gioco, tradotte in più lingue e divise in quattro categorie (personaggi, oggetti, azioni e aggettivi), vengono distribuite tra i giocatori che partendo da una carta possono costruire la loro storia. I soggetti sono diversi da quelli dell’immaginario tipico dei bambini: non ci sono fate o ballerine, ma una sindachessa africana, una muratrice, un ostetrico o una famiglia arcobaleno. Sfogliando le carte successive si amplia il racconto: l’idea è di costruire una storia insieme, venendo a contatto indirettamente con situazioni inconsuete, ma senza premiare il racconto migliore.

Il piacere di giocare è forse l’elemento più importante che distingue i giochi cooperativi dai giochi competitivi e dalle gare. Lo conferma anche Sigrid Loos, formatrice e consulente della crescita, laureata in pedagogia a Dortmund e autrice del volume scritto con Rita Vittori «99 giochi è più cooperativi» (Notes), in cui nessuno vince, nessuno perde, nessuno viene escluso.

Da ipovedente ha vissuto personalmente il disagio di giocare in modo competitivo. «Per questo ho trasformato il gioco della sedia in modo che nessuno venga tagliato fuori: nel momento in cui uno perde la sua sedia, può appoggiarsi a quella di chi è ancora in gara, fino a creare un divertente mucchio finale». La sua esperienza è maturata durante un tirocinio in una chiesa valdese italiana, dove ha sviluppato i new games, i giochi «di fiducia» nati con il movimento pacifista anti Vietnam.

Osservatrice delle dinamiche ludiche, ha messo a fuoco il rischio della competizione: i bambini deboli che non riescono mai a vincere non vogliono più giocare, ma anche quelli che primeggiano entrano in un’ansia da prestazione che a volte sfocia nel rifiuto del gioco. «Il senso di tutto lo ha riassunto un bimbo di 8 anni che mi ha detto: “Nei giochi competitivi ci sfoghiamo, con quelli cooperativi ci divertiamo e facciamo la pace”». La collaborazione è l’anima anche dei «serious games», i nuovi videogiochi intelligenti.

Uno dei più apprezzati è «Come se» (Ticonblu), che simula la vita quotidiana così come viene percepita da chi è affetto da dislessia: in questo modo i bambini imparano a mettersi nei panni dei compagni dislessici e il game over rappresenta l’acquisizione di una conoscenza, non di un punteggio.

Dalla scuola al crowdfunding: le startup più innovative



ROMA (WSI) - Un giovedì da veri startupper. Da Milano a Cagliari, passando per Torino. Dalla scuola al crowdfunding, startup sempre al centro delle scena.

Su questo binomio l’incontro a Milano, presso l’Istituto Cavalieri, in via Olona 14. In programma"Non spin-off, ma start-up: i giovani, il futuro, la scuola e l’impresa", convegno dedicato ai legami e alle sinergie tra scuola, startupper e mondo del lavoro.

Professionisti ed esperti del sistema educativo si incontreranno per offrire prospettive e soluzioni concrete per stimolare la nascita di startup già durante o al termine della scuola secondaria. Il convegno è organizzato da Alisei (Associazione di Promozione Sociale fondata da docenti e dirigenti scolastici lombardi).

Aprono alle 14.30 Francesco de Sanctis, Direttore Generale Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia e Valentina Aprea, Assessore Istruzione, Formazione e Lavoro, Regione Lombardia. A seguire Mario Falanga interviene su "Il sistema scolastico italiano: argomenti, sistemi giuridici, riforme, lavoro". Giuseppe Marian parlerà di "Scuola e lavoro, ieri e oggi: otium et negotium", mentre Franco Frattini discuterà sul tema "Da know-how a know-where: di quali competenze ha bisogno il sistema delle imprese oggi".

Alle 16.45 Marco Iannacone interverrà su "Startup e pubblica utilità. Un aiuto per la dislessia: da iniziativa personale a progetto istituzionale". Chiuderanno la giornata Barbara Nebuloni su "Impresa Formativa Simulata, un percorso condiviso tra scuola e azienda" e Mariella Enoc con "Le arti dal vivo come laboratorio di competenze: l’esperienza del Progetto Laiv".

Talent Garden Torino, in via Carlo Allioni, e Studio Legal Grounds presentano un evento dedicato al crowdfunding: "L’equity-crowdfunding. Per le startup innovative". Appuntamento dalle 18: focus sul mondo del finanziamento da basso, dal reward-/donation-based all’equity nel mercato italiano. Si discuterà delle startup innovative destinatarie della raccolta e degli attori principali, illustrando dei case history.

Interverranno Alessandro Grangiotti e Micol Mimun di Legal Grounds, la prima virtual law firm italiana, Claudio Bedino, ceo e founder di Strateed, vice Presidente e founder di Icn – Italian Crowdfunding Network.

Sempre oggi, alle 18.30, all’Open Campus di Tiscali (Cagliari, Località Sa Illetta, S.S. 195, Km 2.300) incontro con Sebastiano Baghino e Giuseppe Serra di Sardegna Ricerche, che presenteranno il bando Voucher Startup – Incentivi per la competitività delle startup innovative.

Il bando prevede l’erogazione di voucher destinati alle startup per sostenere e rafforzare la loro competitività incentivando processi di innovazione di prodotto, servizio o processo. In particolare Sardegna Ricerche contribuisce alle spese sostenute dalle startup nella realizzazione degli obiettivi individuati nel business plan. Durante l’appuntamento ci sarà una breve illustrazione del bando, in termini di tempistica, modalità di partecipazione, criteri di valutazione, contribuzione e costi ammissibili. La seconda parte sarà dedicata alle domande da parte dei partecipanti.



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