Non è facile capire cosa può provare un ragazzo o una ragazza dislessico, ma di sicuro so cosa possiamo fare per sostenerli ogni attimo della loro vita. Il mio e il vostro impegno saranno una certezza per il loro futuro. Sul nostro blog pubblichiamo notizie, aggiornamenti, suggerimenti e interventi di genitori, clinici, personaggi della vita pubblica istituzionale e civile. Mandateci i vostri contributi, consolideranno e rafforzeranno i diritti dei nostri ragazzi
A.A.A. - D.S.A. - Dislessia, un limite da superare
martedì 5 marzo 2013
VIVIANI: Dislessia
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Il dolore e i sentimenti di mio figlio racchiusi in un tema
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domenica 3 marzo 2013
La scuola per tutti: al via nei prossimi giorni gli screening per ricercare i disturbi dell'apprendimento
Individuare le difficoltà di apprendimento per intervenire in maniera tempestiva ed efficace mettendo, al contempo, la scuola nella condizione di svolgere in autonomia il proprio lavoro. Prevenire il disagio scolastico approntando, dove necessario, strumenti e metodi di studio mirati. Questi gli obiettivi del progetto “La scuola per tutti in Umbria”, un'attività unica a livello nazionale per le sue caratteristiche specifiche, partita nell'anno scolastico 2004/2005 e che in maniera continuativa prosegue il suo percorso ormai da 9 anni. Un'azione avviata con un numero ristretto di scuole in via sperimentale e che ormai coinvolge molti istituti in tutta l'Umbria con risultati notevoli. Proprio in questi giorni, grazie all'auto finanziamento delle stesse scuole e alla loro volontà di proseguire nella direzione avviata, gli screening stanno ripartendo: saranno oltre 2.500 i bambini che affronteranno le prove nell'anno scolastico 2012/2013.
Dislessia, trentamila nuovi casi all'anno in Italia
MILANO, 23 FEBBRAIO 2013 – Forse siamo tutti dislessici? I casi in Italia sono sempre più numerosi. Però bisogna fare attenzione, la dislessia non è una malattia, ma un disagio. Nel nostro paese, c’è una sensibilità verso questo disturbo e una legge che tutela e stabilisce quali strumenti di appoggio devono essere adottati, da insegnati e da famiglie.
Effettivamente i nuovi casi, rispetto alle statistiche ufficiali sono chiari: si contano trentamila dislessici all’anno, sommati al 5 per cento della popolazione affetta dal disturbo. Oramai quali sono le classi in cui non ci siano dei bambini in crisi con le tabelline, problemi ortografici e tabelline? Certo il disagio è maggiormente diffuso nei paesi anglosassoni, dove si conta un 8 per cento della popolazione affetto dal disturbo.
Valentina Bambini, ricercatrice del centro di Neurolinguistica e sintassi teorica della Scuola superiore universitaria IUSS di Pavia, spiega «Se ci esprimiamo in termini di fonemi e la differenza è impressionante: l'italiano ha circa 25 fonemi e 33 grafemi, fra la fonologia e l'ortografia la sovrapposizione è pressoché totale; l'inglese ha 40 fonemi e 1.120 grafemi, una lingua ostica, inevitabilmente, per chi ha problemi con la lettura. Già nel 1985 su mille studenti americani e italiani, una ricerca mise in evidenza una frequenza della dislessia negli Stati Uniti doppia che in Italia».
Giacomo Stella, psicologo clinico e docente presso le Università di Modena e Reggio Emilia, parla di «neurodiversità», poiché ci sarebbe, a livello del lobo temporale sinistro del cervello, quello maggiormente implicato nel riconoscimento e nell’elaborazione del linguaggio,una diversa densità della materia grigia. Si tratta dunque di una diversità che non guarisce «visto che in età adulta la dislessia è ancora presente nel 75 per cento di quelli che ne hanno sofferto da piccoli», precisa il professor Stella. Certo ci sono degli strumenti per aiutare queste persone: registratori, calcolatori speciali.
Francesca Conti, professoressa di scienze in una scuola milanese precisa «La normativa non prevede l'insegnante di sostegno, per cui il lavoro aggiuntivo può diventare un carico pesante per l'insegnante. Fortunatamente cominciano ad essere disponibili, offerti in omaggio dalle case editrici in questa fase sperimentale, libri studiati per i dislessici, che facilitano la lettura attraverso espedienti di colore, di maggiore distanza fra le frasi, di sottolineatura di parole chiave. Ma nel corpo insegnante c'è tanta paura di sbagliare». Chiarisce Jubin Abutalebi, docente di neuropsicologia all'università del San Raffaele di Milano, che è importante fare una diagnosi esatta su questi bambini «infatti spesso accade che spesso arrivano alla nostra osservazione ragazzini definiti dislessici dagli insegnanti, che ad un esame approfondito si rivelano normali».
(fonte: Corriere della Sera)
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Dislessia, nuovo studio: videogames d'azione migliorano la capacità di lettura
Redattore Sociale del 01-03-2013
Indagine condotta dall'università di Padova e dall'Irccs Eugenio Medea: ''Dodici ore passate ai videogiochi migliorano la capacità di lettura più di quanto non faccia un anno di lettura''.
ROMA. La notizia è di quelle destinate ad accendere il dibattito tra esperti, famiglie, educatori. Uno studio pubblicato sulla rivista Current Biology e condotto dall’università di Padova e dall’Istituto scientifico di ricerca e riabilitazione “Eugenio Medea” rivela che i videogiochi d’azione migliorano la capacità di lettura nei bambini dislessici. “Dodici ore passate ai videogiochi migliorano la capacità di lettura più di quanto non faccia un anno di lettura spontanea o trattamenti di lettura tradizionali”. Lo studio è il secondo step di un lavoro di ricerca che collega la dislessia a problemi di attenzione visiva ed è stato condotto da Andrea Facoetti dell'Università degli Studi di Padova e consulente all’Istituto Scientifico “E. Medea” insieme al team composto da Sandro Franceschini, Simone Gori, Milena Ruffino, Simona Viola e Massimo Molteni. "I videogiochi d'azione migliorano molti aspetti dell’attenzione visiva e favoriscono l'estrazione di informazioni dall'ambiente", spiega Facoetti. I risultati dello studio sarebbero una conferma che i deficit di attenzione visiva sono alla base della dislessia, una condizione che rende la lettura estremamente difficile per un bambino su dieci.
I ricercatori hanno testato la lettura, le capacità fonologiche e di attenzione di due gruppi di bambini con dislessia che non erano utilizzatori abituali di videogames. “I bimbi sono stati valutati nelle loro capacità attentive e di lettura prima e dopo aver giocato con videogiochi di azione o non-azione per nove sedute di 80 minuti. Ebbene, i bambini che avevano utilizzato videogiochi d'azione sono stati in grado di leggere più velocemente senza perdere in accuratezza ed hanno anche mostrato progressi in altri test di attenzione. Questi sorprendenti risultati sulle abilità di lettura si sono mantenuti anche ad un successivo controllo dopo due mesi. Dover colpire un bersaglio periferico in movimento comporta un’abilità di percezione del contesto e quindi di rapida attenzione al particolare che aiuta i bambini dislessici molto di più di un allenamento alla lettura. Grazie ai videogiochi – spiegano ancora gli autori della ricerca - i bambini dislessici hanno imparato a orientare e focalizzare la loro attenzione per estrarre le informazioni rilevanti di una parola scritta in modo più efficiente, riducendo l’eccessiva interferenza laterale di cui sembrano soffrire. Per non parlare poi del problema del dropout: i trattamenti tradizionali sono spesso noiosi, molti bambini abbandonano, ma quando si divertono questo non succede”.
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giovedì 28 febbraio 2013
Dislessia: in Italia diagnosticati 30 mila nuovi casi ogni anno, ma spesso sui ragazzi si sbaglia
Giacomo Stella, psicologo clinico, docente all'Università di Modena e Reggio Emilia, una sfilza di libri e una vita dedicata alla dislessia, è soddisfatto: in Italia c'è una nuova sensibilità al disturbo. Esiste anche una legge (la 170 del 2010) che gli dà piena identità e stabilisce quali strumenti di appoggio ed esenzioni debbano essere adottati e c'è la presa in carico degli insegnanti.
Oggi però le scuole sembrano traboccare di dislessici, in ogni classe c'è almeno un ragazzino che è in crisi con la lettura, l'ortografia o le tabelline. Le cifre ufficiali parlano del 5% della popolazione scolastica e i nuovi casi superano i trentamila all'anno.
La dislessia sembra una nuova epidemia, oppure l'attenzione ha preso la mano a tutti: si sospetta che la "trasparenza dell'italiano", ovvero il fatto che si legga come si scrive, abbia per troppo tempo occultato la reale incidenza del disturbo in Italia.
Questo problema è prorompente nei paesi anglosassoni, dove sfiora l'8% della popolazione. Valentina Bambini, ricercatrice del centro di Neurolinguistica e sintassi teorica della Scuola superiore universitaria IUSS di Pavia, spiega che se ci esprimiamo in termini di fonemi e grafemi (le unità della lingua parlata e scritta), la differenza è impressionante: l'italiano ha circa 25 fonemi e 33 grafemi, fra la fonologia e l'ortografia la sovrapposizione è totale.
L'inglese ha 40 fonemi e 1.120 grafemi, una lingua ostica, inevitabilmente, per chi ha problemi con la lettura. Già nel 1985 su mille studenti americani e italiani, una ricerca mise in evidenza una frequenza della dislessia negli Stati Uniti doppia che in Italia.
I metodi di studio del cervello sofisticati, in grado di scoprire quali aree cerebrali sono attive mentre si svolgono certe azioni e compiti, hanno aggiunto alla conoscenza della dislessia la"cecità delle parole": dimostrare che c'è una diversa densità della materia grigia a livello del lobo temporale sinistro del cervello (quello più implicato nel riconoscimento e l'elaborazione visiva del linguaggio).
Esiste una "neurodiversità", così la definisce Giacomo Stella, che è presente in uguale misura in dislessici adulti inglesi, francesi e italiani. La dimostrazione viene da uno studio pubblicato sulla rivista "Brain" da vari ricercatori tra i quali Daniela Perani, neuroscienziata dell'università del San Raffaele di Milano.
Questa diversità a livello di neuroni deve essere sostenuta, ma non guarisce visto che in età adulta la dislessia è ancora presente nel 75% di quelli che ne hanno sofferto da piccoli. Quindi c'è una conferma che qualcosa di ereditario ci sia in questo disturbo.
La dislessia è un Disturbo Specifico dell'Apprendimento (DSA), Con questo termine ci si riferisce ai soli disturbi delle abilità scolastiche ed in particolare a: DISLESSIA, DISORTOGRAFIA, DISGRAFIA E DISCALCULIA.
La principale caratteristica di questa categoria è le sue specificità, ovvero il disturbo interessa uno specifico dominio di abilità (lettura, scrittura, calcolo) lasciando intatto il funzionamento intellettivo generale.
Per avere una diagnosi di dislessia, il bambino non deve presentare deficit di intelligenza, problemi ambientali o psicologici, deficit sensoriali o neurologici. Tale disturbo è determinato da un'alterazione neurobiologica che caratterizza i DSA (disfunzione nel funzionamento di alcuni gruppi di cellule deputate al riconoscimento delle lettere-parole e il loro significato).
La dislessia è una difficoltà che riguarda la capacità di leggere e scrivere in modo corretto e fluente. Leggere e scrivere sono considerati atti così semplici e automatici che risulta difficile comprendere la fatica di un bambino dislessico.
Si manifesta con una lettura scorretta (numero di errori commessi durante la lettura) e/o lenta (tempo impiegato per la lettura) e può manifestarsi anche con una difficoltà di comprensione del testo scritto indipendente sia dai disturbi di comprensione in ascolto che dai disturbi di decodifica (correttezza e rapidità) del testo scritto.
Il bambino con dislessia,oggi, viene aiutato con vari strumenti come il registratore, dei programmi di videoscrittura con correttore ortografico, la calcolatrice. La normativa non prevede l'insegnante di sostegno, per cui il lavoro aggiuntivo può diventare un carico pesante per l'insegnante.
Fortunatamente cominciano ad essere disponibili, offerti in omaggio dalle case editrici in questa fase sperimentale, libri studiati per i dislessici, che facilitano la lettura attraverso espedienti di colore, di maggiore distanza fra le frasi, di sottolineatura di parole chiave.
Nel corpo insegnante però c'è tanta paura di sbagliare.
Jubin Abutalebi, docente di neuropsicologia all'università del San Raffaele di Milano, vede molti di questi bambini (per legge sono le Asl e gli ospedali che devono fare la diagnosi) e spesso arrivano dei ragazzini definiti dislessici dagli insegnanti, che ad un esame approfondito si rivelano normali. Secondo Abutalebi (e non solo) solo studi ulteriori chiariranno meglio questa "diversità" dei dislessici.
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mercoledì 27 febbraio 2013
DSA e scuola: quale futuro?
Siamo in un momento di forte cambiamento, le dinamiche educative stanno evolvendo verso forme nuove e pluralistiche, la multidisciplinarità inizia ad assumere ruoli dominanti, la diversità diventa il principio di ogni processo formativo. Di fronte a un mondo che corre velocemente verso nuovi approcci e nuove esigenze, la scuola - diciamolo senza vergogna - comincia ad annaspare. Non è colpa sua, né del Governo, né delle istituzioni. Non serve a nulla cercare il punto debole di un sistema che, da solo, non sussiste più. Bisogna partire da qui.
Ricominciare. Ma sopratutto "rinnovare". Lo scorso 8-9 febbraio si è svolto a Firenze un importante convegno dal titolo "In classe ho un bambino che..." organizzato dalla Giunti (casa editrice leader nel settore scuola ed educazione), in particolare dalla rivista "Psicologia e scuola", un punto di riferimento fondamentale in questo periodo di novità. Il giornale, infatti, tenta di avvicinare quanto più possibile gli insegnanti agli studi accademici che hanno come oggetto la scuola e i processi psicologici. Per farlo cerca di semplificare e mettere alla loro portata anni e anni di ricerche universitarie in questa direzione.
Ricominciare. Ma sopratutto "rinnovare". Lo scorso 8-9 febbraio si è svolto a Firenze un importante convegno dal titolo "In classe ho un bambino che..." organizzato dalla Giunti (casa editrice leader nel settore scuola ed educazione), in particolare dalla rivista "Psicologia e scuola", un punto di riferimento fondamentale in questo periodo di novità. Il giornale, infatti, tenta di avvicinare quanto più possibile gli insegnanti agli studi accademici che hanno come oggetto la scuola e i processi psicologici. Per farlo cerca di semplificare e mettere alla loro portata anni e anni di ricerche universitarie in questa direzione.
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martedì 19 febbraio 2013
Universita': studiare senza barriere all'Ateneo di Siena
Adnkronos
Siena, 18 feb. - (Adnkronos) - Studiare senza barriere e' possibile all'Universita' di Siena: l'Ateneo infatti e' impegnato nell'offrire servizi e percorsi didattici personalizzati adatti agli specifici bisogni dei suoi studenti, attraverso l'Ufficio accoglienza disabili e servizi Dsa. In occasione dell'iniziativa di orientamento ''Universita' aperta'' mercoledi' 20 e giovedi' 21 febbraio l'Ufficio accoglienza disabili e servizi Dsa sara' a disposizione dei ragazzi e delle loro famiglie per fornire tutte le informazioni sui servizi offerti per facilitare i rapporti con le strutture universitarie e con i docenti.
L'ufficio mette a disposizione servizi di trasporto, accompagnamento, assistenza per lo svolgimento di pratiche, supporto nello studio e fornitura di strumenti didattici adeguati per gli studenti con disabilita' motoria o sensoriale. E' attivo un servizio di supporto per gli studenti con dislessia per fornire gli strumenti necessari ad abbattere gli ostacoli che impedirebbero di affrontare in maniera serena e proficua il percorso di studi, dagli strumenti informatici per lo svolgimento di esami, la frequenza alle lezioni e alle altre attivita' formative, all'aiuto dei tutor per l'organizzazione nelle attivita' di studio.
Inoltre, attraverso lo sportello Informhabile, sono disponibili informazioni e assistenza per avvicinarsi allo sport e praticarlo con l'ausilio di personale formato. L'Ufficio accoglienza disabili e servizi Dsa si trova presso il palazzo del Rettorato dell'Universita' di Siena, in via Banchi di Sotto 55. E' aperto dal lunedi' al venerdi' dalle 8 alle 14; il martedi' e giovedi' anche dalle 15 alle 17.
18 febbraio 2013
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In 7 scuole a Roma si sperimenta EdiTouch, il tablet compensativo per la dislessia
Disturbi dell’apprendimento come la dislessia richiedono strumenti compensativi per l’insegnamento a scuola. Vi avevamo parlato di EdiTouch, un tablet progettato per la DSA, e ora che parte la sua sperimentazione in 7 scuole romane – coinvolgendo 230 bambini e le loro famiglie – ne parliamo in questa intervista a Marco Iannacone, ideatore di EdiTouch.
intervista a Marco Iannacone a cura di Simone Bonesini
Marco, ci racconti un po’ della sperimentazione di EdiTouch che avete avviato a Roma? In che cosa consiste?
Si tratta di una sperimentazione di cui sono davvero orgoglioso: per la prima volta in Italia (credo) verrà testata in maniera scientifica l’efficacia di uno strumento informatico (il nostrotablet EdiTouch) e di strategie didattiche specifiche per essere d’aiuto allo studio dei bambini dislessici. Il progetto prevede l’assegnazione in comodato d’uso di oltre 230 tablet EdiTouchad altrettanti bambini certificati DSA, che lo utilizzeranno per circa 18 mesi a casa e a scuola per svolgere le normali attività di studio.
Parli di «strategie didattiche»: quindi non fornite solo il tablet?
EdiTouch è solo uno strumento: ovviamente, da solo non fa nulla. È importante quindi non soltanto imparare a usarlo tecnicamente, ma definire un processo di apprendimento efficace che ne preveda l’utilizzo nei momenti e con i contenuti appropriati.
Per questo è fondamentale il contributo anche di insegnanti e genitori. Il progetto comprende quindi la formazione tecnica di tutti gli insegnanti, dei genitori e del personale specialistico a supporto (logopedisti e neuropsichiatri), oltre che degli studenti che lo dovranno utilizzare (tra bambini e adulti sono oltre 500 persone!).
Dal punto di vista tecnico insieme ai tablet nel progetto verranno usati scanner multifeed, LIM, chiavette usb, ecc.
Sembra un progetto molto articolato: avete fatto tutto da soli?
Oh, no! Noi ci occupiamo solo della parte tecnologica. Il resto del progetto è guidato dal personale dell’ASL Roma D, da neuropsichiatri e logopedisti e dagli insegnanti. Non potrebbe essere altrimenti.
Nei prossimi mesi il proseguimento della formazione e l’assistenza tecnica su EdiTouch verranno forniti dalla Cooperativa Onlus Il Geco di Milano (attraverso i suoi psicologi).
Ma come è nata la sperimentazione su Roma? È stata una tua idea?
In realtà l’idea è stata di Debora Vilasi, coordinatrice del Servizio di Prevenzione dell’ASL Roma D (e, tra l’altro, anche lei mamma di una bambina dislessica). Venuta a fine agosto a conoscenza di EdiTouch, mi ha contattato per capire se c’era spazio per fare qualcosa insieme. Ha poi coinvolto Lorenzo Toni – (vulcanico) neuropsichiatra che da anni collabora con loro – e insieme abbiamo iniziato a ipotizzare un possibile scenario di lavoro.
Gli ostacoli erano tanti ma Vilasi è riuscita a risolverli tutti, anche grazie al personale impegno del Direttore del Dipartimento Prevenzione e Protezione della ASL, Claudio Fantini. Anche la collaborazione degli insegnanti è stata fondamentale.
Veniamo alla domanda scomoda: chi ha pagato tutto questo? I contribuenti?
Il progetto è stato finanziato da una fondazione privata (che preferisce non essere menzionata), ma ha contribuito in parte anche la ASL Roma D.
E l’universitá di che cosa si occupa?
L’Università di Roma ha messo a punto – insieme a Lorenzo Toni – il metodo scientifico attraverso il quale verrà verificata l’efficacia della metodologia e dello strumento nei prossimi 18 mesi.
Sono stati stilati dei questionari per alunni, insegnanti e genitori per valutare prima dell’avvio del progetto la situazione di partenza ed è stato costituito un comitato scientifico che sovraintende e verifica le attività. Inoltre si è individuato anche un gruppo di confronto di alunni DSA che non usi il tablet, in modo da avere un termine di paragone.
Quali sono gli obiettivi che vi date?
Il primo obiettivo è senza dubbio quello di cercare di aiutare questi 230 bambini.
Come ha detto la preside di una delle scuole in cui stiamo avviando questa sperimentazione: «Se anche solo il 10% dei bambini che prendono parte a questo progetto riuscirà a guadagnare autostima e autonomia riuscendo ad affrontare lo studio con maggior efficacia, per noi sarà un grande risultato!».
In secondo luogo, mi piacerebbe cogliere l’opportunità per capire che cosa possiamo fare per migliorare EdiTouch, non solo risolvendo eventuali bug (ricordo, infatti, che è un prodotto ancora in fase di sviluppo), ma anche sviluppando nuovi applicativi o portandovi specifici contenuti che possano servire ai ragazzi nello studio.
Per finire, insieme all’ASL abbiamo l’ambizione di identificare in EdiTouch le caratteristiche di uno strumento compensativo e facilitatore per la didattica, accessibile a tutte le famiglie, da proporre anche a livello dell’Unione Europea e dell’Area Mediterranea.
La home page del tablet con le icone dei programmi preinstallati
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