A.A.A. - D.S.A. - Dislessia, un limite da superare

A.A.A. - D.S.A. - Dislessia, un limite da superare

giovedì 12 gennaio 2012

che la dislessia, sia la misura della scuola...

Cari amici ho ricevuto nella posta dell'Associazione questa mail, e la giro perchè è una conferma che non bisogna mai porsi dei limiti e avere perseveranza.

Da Massimo Rondi
A coloro che riceveranno questa lettera:
Chiedo scusa se qualcuno penserà che non gli interessa, ma è una testimonianza che vi chiedo di far girare, in nome della accessibilità, per tutti i lettori in difficoltà... qualsiasi difficoltà incontrino.Come dislessico lieve non riconosciuto vorrei ringraziare il professor Stella (Fondatore Associazione Italiana dislessia, Ordinario di Psicologia clinica, Università di Modena e Reggio Emilia) per il suo chiarificatore intervento riportato nei giorni scorsi anche su La Stampa, a proposito delle diagnosi di dislessia.Qui il link al testo comparso su Il Corriere della Sera: http://www.corriere.it/salute/disabilita/11_dicembre_20/troppe-diagnosi-dislessia-replica_b39dd896-2b22-11e1-b7ec-2e901a360d49.shtmlCiò che mi salvò, ai miei tempi, fu l’acutezza di una maestra intelligente e attenta che identificò il mio problema e adottò – lo comprendo ora – maniere dispensative e compensative ante litteram. Ciò mi permise di mettermi in linea con i miei compagni, pur facendo il doppio della fatica. Ma so che moltissimi altri dislessici, seppure nati parecchi anni dopo di me, non hanno incontrato  uguale lungimiranza: penso a Daniele Zanoni, che si è sentito dire da un’insegnante: Non combinerai mai nulla, e si è laureato in fisica. Grazie alla sua grande cocciutaggine.Ma perché dobbiamo ottenere con fatica ciò che è un nostro diritto? Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…(Costituzione della Repubblica Italiana, Principi fondamentali, Articolo 2). Questa era la premessa della collana Junior di Edizioni Angolo Manzoni, per dire che tutti i bambini hanno diritto alla “lettura”. Se i libri in commercio non sono adeguati, si facciano libri ergonomici… Questo è uno scopo della Legge n. 170 recentemente varata, “Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento”: adottare metodi e strumenti dispensativi e compensativi...Oltre all’AID vorrei ringraziare Vittoria Franco, Franco Asciutti e gli altri parlamentari che l’hanno promossa; Laura Ceccon e tutti quelli che l’hanno appoggiata nel pretenderne la promulgazione e tutte le associazioni,  i gruppi, enti e circoli di esperti,  insegnanti e genitori che sono sorti col proposito di far sì che la scuola sia a misura di dislessici, anzi che la dislessia sia la misura della scuola.
E non fermiamoci qui!Concluderei con la famosa foto di Einstein da "Storie di normale dislessia", di Rossella Grenci e Daniele Zanoni (Junior D EasyReading - font "ad alta leggibilità" mirato ai DSA Edizioni Angolo Manzoni 2011):http://www.10righedailibri.it/prime-pagine/storie-normale-dislessia-15-dislessici-famosi-raccontati-ai-ragazziE con alcune informazioni:http://www.rossellagrenci.com/2012/01/caratteri-di-stampa-per-i-dislessici/http://www.angolomanzoni.it/pdf/carattere_easyreading_presentazione.pdf

martedì 10 gennaio 2012

Conti distinti, per favore!

Tratto da http://www.educationduepuntozero.it
Nei processi di valutazione e di efficienza del sistema scolastico non ci si può affidare a criteri docimologici che escludono i ragazzi più deboli e fragili. Per questo, sarebbe un bene rivedere le prove Invalsi che vengono calate dall’alto, discriminando, facendo “parti uguali fra disuguali”.
È tempo di tagli e di valutazioni. La scuola, come si sa, è stata tagliata e umiliata dal precedente governo che l’ha ridotta in condizioni di non “nuocere” più alla salute culturale del nostro Paese. Gli insegnanti sono stati presi di mira e sono stati visti come i responsabili primari degli scarsi apprendimenti dei nostri studenti nelle prove Invalsi e nei consessi internazionali (prove Ocse-Pisa).

Così si è cercato di rimediare attraverso la sperimentazione del progetto “Valorizza”, fortemente voluto dal ministro Gelmini e ripreso dall’attuale ministro Profumo. Il progetto “Valorizza” ha, infatti, coinvolto 33 scuole italiane, collocate in Piemonte, Lombardia e Campania, che “volontariamente” si sono impegnate in un percorso di valutazione interna (condotta da un nucleo formato dal dirigente scolastico e due docenti scelti dal collegio), per scegliere i colleghi considerati migliori, secondo il giudizio espresso dai genitori, dagli studenti, nelle scuole superiori, e (appunto) dai colleghi (oltre che dal preside).

Ai colleghi “bravi per sentito dire” è stata elargita una quattordicesima.

È ormai cosa risaputa che anche le prove Invalsi vengono somministrate per individuare le scuole più carenti e per accertarsi del livello di competenza degli insegnanti che vi operano.

Per chi avesse ancora dei dubbi in merito, ecco uno stralcio della lettera di intenti del Governo all’Unione Europea (26/11/2011). Nel documento si legge testualmente: “L’accountability delle singole scuole verrà accresciuta (sulla base delle prove INVALSI), definendo per l’anno scolastico 2012-13 un programma di ristrutturazione per quelle con risultati insoddisfacenti”.

Ritornando al progetto “Valorizza”, pensate che nella valutazione degli insegnanti, un approccio “reputazionale” possa migliorare la qualità e l’efficienza delle scuole? Ecco cosa ne pensa il professor Maurizio Tiriticco: “Da quanto ho saputo da amici e da quanto avevo superficialmente ‘annusato’, l’esperienza tanto attesa, tanto vantata e tanto esaltata ha lasciato il tempo che trova! Ma che significa una valutazione fondata sul principio del ‘volemose bene’? Ma sì, il profff Tal dei Tali merita, è tanto bbbono, tanto bbbravo, tanto bbbenvoluto... invece la prof Tal’altra... non mi sembra che... e tu che dici? Ma, io direi... sì certamente... E lei che dice? Ma non so, però... Insomma, me li vedo di scuola in scuola, senza contesti precisi, senza parametri, senza indicatori, senza descrittori... parole grosse? No! Parole vuote! Insomma, tutto all’insegna del buon senso? Della reputazione della piazza? Mah! Ce n’è di strada da fare per la valutazione di sistema... A proposito... esiste un sistema? Sulla carta sì! Anzi, un ‘sistema educativo nazionale di istruzione e formazione’, e con tanto di virgolette... altro che l’insieme di scuole, anzi di unità scolastiche del buon tempo antico! Così dovrebbe essere, ma... Forse le distanze che ha preso il Ministro dalla Valorizzazione nascono proprio dai dubbi e dagli interrogativi che molti hanno rilevato! Continuiamo a giocherellare e nel frattempo... continuiamo a tagliare... questa sì che è una cosa seria! ‘Prima ci tagliano e poi ci valutano! Ma che vogliono da noi?’ Così dicono gli insegnanti!!! Quelli che veramente meritano! E poi, con questa comprensivizzazione forzata? Felice fine Ottocento quando il Regno fondava scuole e anche belle, funzionali, ancora esistenti! Felici anni Settanta quando avviammo la scuola dell’obbligo e costruimmo scuole nei più sperduti comuni... Ora invece con questa progressiva dismissione dell’intero sistema scolastico, ci imporranno pure le prove Invalsi? Io credo alla valutazione di sistema, ma prima bisogna adoperarsi per farlo funzionare e poi lo si può valutare. Ora abbiamo il contrario! Abbiamo dismesso la Ferrari per acquistare di seconda mano una vecchia 500, però vogliamo... anzi, vogliono che funzioni come una Ferrari! Proposta! SOSPENDIAMO LE PROVE INVALSI FINCHÉ NON ABBIAMO RIMESSO IN PIEDI LA SCUOLA!!!”

Se proprio si devono valutare gli insegnanti, le loro competenze, la loro professionalità, la loro umanità, si insista sulla registrazione obiettiva (educativa, cognitiva ecc. ) della situazione di partenza di un alunno, di un gruppo di alunni, di una classe e poi, dopo cinque anni nella primaria, tre anni nella secondaria di I grado, due e tre anni nelle superiori, si appurino e si stimino i risultati raggiunti dai discenti, i traguardi di competenza conseguiti nelle diverse aree disciplinari e nell’esercizio della cittadinanza attiva rispetto alla situazione di partenza. Per far questo, sarà necessario assicurare la continuità educativo-didattica dei docenti e investire fondi mirati per dotare le scuole di mezzi e strumenti necessari per permettere di svolgere compiti di prestazione autentici,complessi, significativi, personalizzati. Compiti di senso e di alto valore formativo!

Le scuole, dal basso, devono esprimere le metodologie e i criteri più adatti, significativi e di senso, per una valutazione autentica che tenga conto dei ritmi e degli stili di apprendimento di ogni alunno.

Nei processi di valutazione e di efficienza del sistema scolastico non ci si può affidare a criteri docimologici che escludono i ragazzi più deboli e fragili. Per questo, sarebbe un bene rivedere le prove Invalsi che vengono calate dall’alto, discriminando, facendo “parti uguali fra disuguali”.

Conti distinti, per favore!

sabato 24 dicembre 2011

AUGURI A TUTTI

Voglio augurare a tutti gli amici che da tempo ci seguono e ci confortano un sereno Natale e  un forte abbraccio a tutti i nostri ragazzi. 
Serene Feste a tutti
 

martedì 20 dicembre 2011

Apprendimento, i dislessici senza esserlo. Come evitare "recuperi" che non servono

La Repubblica del 20-12-2011
Apprendimento, i dislessici senza esserlo. Come evitare "recuperi" che non servono
L'obiettivo è salvare i bambini dai danni di percorsi di recupero ritagliati su misura a causa di "etichette disgnostiche" che non hanno fondamento nella realtà. L'allarme dell'Istituto di Ortofonologia: un bambino su cinque in Italia è considerato dislessico senza esserlo. Sul 23% degli alunni con disturbi dell'apprendimento, solo il 4% è a rischio
ROMA. Salvare i bambini dai danni di percorsi di recupero erroneamente "ritagliati" su loro misura a causa  di etichette diagnostiche fuori luogo. E' l'Istituto di Ortofonologia a lanciare l'allarme: un bambino su cinque, in Italia, viene considerato dislessico senza esserlo. In percentuale, sul 23% degli alunni segnalati nelle scuole come affetti da "disturbi specifici di apprendimento"  solo il 4% è realmente a rischio.  Che ne sarà di tutti loro?
E i veri problemi restano irrisolti. "Segnalare come dislessici bambini che in realtà non lo sono - spiega  il direttore dell'IdO, Federico Bianchi di Castelbianco - significa condizionarne lo sviluppo. Dare strumenti compensativi e dispensativi ad un bambino che può farcela con le proprie forze vuol dire portarlo ad autodefinirsi incompetente ed incapace: lo si dirotta su percorsi alternativi come portatore di una disabilità che non ha, mentre i veri problemi restano non affrontati. Il che lascerà un vuoto di conoscenze che si ripercuoterà pesantemente sul curriculum studiorum con, tra l'altro, oneri economici non sostenibili e totalmente inutili". 
Non malattie, ma impedimenti. Per la dislessia,  la disgrafia,  la disortografia e la discalculia - che non sono malattie da cui guarire, piuttosto impedimenti all'apprendimento - esiste, dal 2010, una nuova disciplina contenuta nelle nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico (legge pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 18 ottobre 2010). La buona notizia è che questa legge ha il merito di aver colmato un "vuoto legislativo" che riguardava le persone con disturbi specifici dell'apprendimento (in considerazione del fatto che non possono essere applicate in questi casi le disposizioni della legge 104 per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate). La cattiva, spiega il presidente dell'Ido, è che sono aumentate "le segnalazioni, alle quali però non corrispondono casi reali. E' un effetto abbastanza tipico: è come se le insegnanti, le mamme avessero trovato una spiegazione degli errori dei propri figli e dei propri alunni. In realtà spesso si tratta di solo di disturbi comuni".
Cosa fare dunque? La risposta è nella scuola. Più che aumentare la presenza di specialisti esterni bisogna potenziare le competenze dei docenti interni, cioè dare loro la migliore metodologia di supporto per arginare il problema legato alla sproporzionata segnalazione dei Dsa (Disturbi Specifici dell'Apprendimento) nei diversi momenti dell'iter scolastico (materna, primaria, secondaria di primo e secondo grado). Per raggiungere questo obiettivo l'Ido ha messo in piedi un progetto sperimentale durato un anno che ha dimostrato come una maggiore attenzione e proposte diversificate per gli studenti siano strumenti efficaci ed efficienti per evitare false "etichette diagnostiche". Tra i risultati, la necessità di rispettare i tempi dei bambini. Evidente è il caso degli anticipatari, che hanno fatto due anni di materne invece di tre. A loro viene richiesto di imparare a scrivere e leggere prestissimo. "Il 3% dei bambini anticipatari - spiega il direttore - vive un disagio generalizzato che spesso viene letto come un disturbo intellettivo, quando è quasi sempre una evidente questione di maturità".
La competenza degli insegnanti. "Il progetto ha dimostrato - conclude il direttore dell'IdO - che gli insegnanti possono individuare con maggiore sicurezza i bambini a rischio Dsa, ma che tale competenza deve essere ampliata, poiché alcune alterazioni nell'area linguistica, visuo-spaziale ed emotiva non vengono considerate in modo adeguato per la loro reale difficoltà. È sufficiente - conclude - ampliare tale competenza per far calare un allarme sociale e far sì che le problematiche scolastiche vengano risolte all'interno della scuola stessa".
di Anna Maria De Luca

lunedì 19 dicembre 2011

Sospendiamo l'Invalsi? Finché non sarà chiarito il suo ruolo? E non avremo obiettivi comuni da testare?

ITALIA SCUOLA - Occorre dare atto al Ministro Profumo di avere cominciato... ad "aprire la borsa"! Era il mio auspicio nella lettera aperta dello scorso 19 novembre! Infatti, è di questi giorni la sottoscrizione del Patto d'azione e coesione con cui verranno investiti nelle scuole del Sud 1,3 miliardi di fondi europei. Si tratta di una iniziativa che segna una svolta riguardo alla politica dei tagli! Ma ora la buona volontà del ministro si deve misurare su un'altra questione, quella di cui alla citata lettera aperta: le prove Invalsi. Che fare?
Non ritorno a tutto ciò che ho già detto in merito alla valutazione di sistema, come sia stata concepita e delineata nella legge 53/03 e come da questa sia discesa tutta la macchina Invalsi. Mi limito ad alcune considerazioni e ad alcuni interrogativi. Forse sarebbe necessaria una riflessione complessiva - e non solo da parte mia - su che cosa si intende per valutazione di sistema e, di conseguenza, sulle scelte effettuate dalla nostra amministrazione.
Ma preferisco entrare nel merito e vado direttamente a quanto dettato dall'articolo 3 della citata legge 53/03, relativo alla "valutazione degli apprendimenti e della qualità del sistema educativo di istruzione e di formazione" (professionale regionale, n.d.a.). Al punto a) si afferma che la valutazione degli apprendimenti è di competenza dei docenti. Si ribadisce per altro quanto è detto nel comma 4 dell'articolo 4 del dpr 275/99, in cui leggiamo che le istituzioni scolastiche "individuano le modalità e i criteri di valutazione degli alunni nel rispetto della normativa nazionale". Al punto b) si afferma testualmente che "ai fini del progressivo miglioramento e dell'armonizzazione della qualità del sistema di istruzione e di formazione, l'Invalsi effettua verifiche periodiche e sistematiche sulle conoscenze e abilità degli studenti e sulla qualità complessiva dell'offerta formativa delle istituzioni scolastiche e formative". Con tale assunto si rende operativo quanto affermato nel dpr 275/99, art. 10, comma 1: "Per la verifica del raggiungimento degli obiettivi di apprendimento e degli standard di qualità del servizio, il Ministero della Pubblica Istruzione fissa metodi e scadenze per rilevazioni periodiche".
Eravamo all'inizio degli anni 2000 e giungevamo allora pressoché ultimi in Europa a queste innovazioni! Da noi si cominciava a parlare allora timidamente di competenze e ancor più timidamente di valutazione di sistema. In effetti, di competenze al punto b) del citato articolo non c'è traccia tra gli oggetti da rilevare da parte dell'Invalsi, ma si insiste sulla necessità di verificare la qualità complessiva dell'offerta effettuata dalle istituzioni scolastiche.
Ritornando all'epigrafe del citato articolo 3, si individuano due oggetti da valutare, gli apprendimenti e la qualità del sistema. E mi chiedo: esiste una differenza tra gli apprendimenti raggiunti dagli alunni e la qualità del sistema? Indubbiamente sì! Gli apprendimenti sono la risultante del sistema, la più importante, le finalità stesse per cui il sistema è stato creato! Ma vanno considerati i fattori costitutivi del sistema, ad esempio l'insieme delle risorse finanziarie, strutturali e umane, l'efficacia e l'efficienza dei rapporti tra istituzioni scolastiche e altri soggetti: quali l'amministrazione scolastica decentrata, gli Usr e gli Usp (il Miur, com'è noto, in forza della governance, non ha più un rapporto diretto con le scuole), le Regioni e gli Enti locali, che hanno ampio titolo in materia di programmazione della rete scolastica, certe istituzioni del territorio, il mondo del lavoro, le dotazioni e le attrezzature degli edifici scolastici, il livello dell'offerta di istruzione erogata dagli insegnanti, per citare i più significativi. E va anche considerato l'apporto delle "valenze educative" del territorio... per non dire che a volte pesano, e non poco, le valenze diseducative!
Ora, se agli insegnanti si chiede di erogare istruzione e valutare apprendimenti, a un istituto di valutazione di sistema si dovrebbero affidare altri compiti, di indagare sull'insieme dei legami che corrono tra istituzioni scolastiche e tutti gli altri fattori, di cui gli apprendimenti sono solo una risultante. In effetti, l'esito negativo di un apprendimento - è notorio - non è detto che derivi necessariamente o soltanto da un insegnamento non efficace: ormai la letteratura in materia dei fattori che concorrono e incidono sugli apprendimenti è vastissima.
Eravamo agli inizi del 2000 e, forse, oggi non scriveremmo più quel comma in quel modo. In effetti, con quel dettato, a valutare gli apprendimenti intervengono due soggetti, gli insegnanti prima e l'Invalsi dopo. Ma ha un senso questo doppio intervento? Si intende, forse, mettere in dubbio, l'operato degli insegnanti? Certamente, non voleva essere questo l'intento della norma, perché le "verifiche periodiche e sistematiche" effettuate dall'Invalsi potrebbero avere come oggetto le valutazioni prodotte dagli insegnanti e dalle istituzioni scolastiche, o un insieme di prove proposte e valutate dagli insegnanti, sulle quali condurre un "ragionamento" più complessivo, più che una seconda valutazione in senso stretto su prove "altre". Il che per verificare quali condizionamenti extrascolastici hanno portato a quegli esiti in termini di apprendimenti e perché: rilevare quindi qual è il prodotto delle singole scuole sull'intero scacchiere nazionale, quale differenze si rilevano tra scuole e territori, insomma tutto ciò che riguarda l'esito di una ricerca censitaria, indubbiamente anche utile e necessaria. Però!!!
Di qui il però: a che serve portare vasi a Samo? Perché portare nuove prove laddove già se ne producono quotidianamente? Non sarebbe stato sufficiente censire gli esiti degli apprendimenti già largamente documentati dalla scuole stesse su registri degli insegnanti, pagelle e registri degli alunni? Ed è proprio qui il punctum dolens! Il fatto è che l'azione di un'istituzione che attende alla valutazione di sistema dovrebbe riguardare i fattori che soggiacciono a determinati esiti in materia di apprendimento. Quali apprendimenti emergono da un contesto debole e povero sotto il profilo socioculturale, amministrativo, strutturale, ecc? Quali, invece, da un contesto ricco? E perché? E come bisogna intervenire per le correzioni del caso? Si deve intervenire direttamente sul contesto - e sarebbe auspicabile - oppure sull'istituzione scolastica, rafforzandola nelle sue risorse e strutture perché l'offerta formativa abbia successo? Interrogativi di non poco conto! E non è detto che vi sia sempre un nesso diretto e incontrovertibile tra contesto e prodotto. Ed è su questi legami che poi si potrebbe intervenire con tutte le riflessioni e le iniziative del caso. Allora soltanto il decisore politico potrebbe scegliere se, come e perché intervenire a correggere, aiutare o a gratificare! In effetti, una valutazione di sistema dovrebbe concorrere proprio a questo: sostenere il decisore politico nelle sue azioni, indicare modifiche, se necessario, per quanto riguarda le sue scelte a qualunque livello deliberativo.
Vi è un'altra considerazione da fare: si sostiene che l'Invalsi, dopo le sue rilevazioni, è in grado di comunicare alle singole istituzioni scolastiche in che cosa eccellano, in che cosa difettino, ma... A questo punto occorre fare una riflessione: le prove predisposte dall'Invalsi su quali obiettivi di apprendimento (non scendiamo nella distinzione tra conoscenze, abilità e competenze, che complicherebbe il discorso) sono costruite? In effetti, per tutte le prove somministrate in primavera l'area della indeterminazione è immensa. E per più ragioni.
Per quanto riguarda il primo ciclo di istruzione, è più che noto che sono sul campo più opzioni da parte delle singole scuole: le Indicazioni nazionali della Moratti e le Indicazioni per il curricolo di Fioroni, ambedue vigenti e, ovviamente, diverse le prime dalle seconde sia per la definizione e la scansione dei contenuti che per gli obiettivi perseguiti: le prime afferiscono a indeterminati "piani di studio personalizzati", le seconde ad altrettanto indeterminati "traguardi per lo sviluppo delle competenze". Per non dire che sono tuttora presenti nelle scuole richiami ai programmi dell'85 per la scuola primaria e a quelli del '79 per la scuola media; e che è anche vigente il dpr 89/09, "revisione dell'assetto ordinamentale, organizzativo e didattico della scuola dell'infanzia e del primo ciclo di istruzione". Questa varietà e indeterminatezza della proposta ministeriale rende variabili e indeterminati anche gli obiettivi perseguiti e conseguiti dalle singole scuole e dai singoli insegnanti. Infatti, si verifica che nelle stesse classi di diversi istituti si sono raggiunti per il giorno della prova Invalsi obiettivi diversi.
Per quanto riguarda il secondo ciclo, l'indeterminatezza sarebbe meno grave, ma ad una condizione: che tutte le scuole perseguano coerentemente gli obiettivi proposti dal dm 139/07, relativo all'innalzamento dell'obbligo di istruzione, in cui sono chiaramente indicate le competenze proposte sia per la lingua italiana che per la matematica. Infatti, com'è noto, la "cultura di un obbligo a 16 anni" - se si può dire così - non è passata nella medesima misura in tutte le scuole. Per cui, i livelli di competenza raggiunti - e siamo a maggio - sono estremamente diversificati.
Per la prova somministrata alla fine della terza media vale lo stesso discorso. Non solo pesa l'indeterminatezza della proposta ministeriale, ma accade anche che le scuole siano chiamate a certificare competenze da loro "liberamente" adottate. Chi ha un po' di dimestichezza in materia di competenze sa che queste non possono essere "inventate" da chicchessia! Occorre sempre un ente terzo che dichiari quali competenze debbano essere perseguite, accertate e verificate. Nessuno può "inventare" quali siano le competenze di un cuoco o di un pianista, di un barbiere o di un avvocato! Per non dire poi che parlare di competenze che abbiano una loro credibilità e una loro concretezza prima del conseguimento dell'obbligo di istruzione è una cosa tutta da verificare: ma questo sarebbe un altro discorso, sul quale chi ha autorità in materia dovrebbe esprimersi. In conclusione, anche la prova Invalsi alla fine della terza media rischia soltanto di alterare nel più o nel meno giudizi già di fatto espressi dagli insegnanti di classe e dalle commissioni d'esame.
Occorre anche considerare che queste difficoltà sono anche profondamente avvertite dagli stessi insegnanti, i quali vedono nelle prove Invalsi non un sostegno al proprio lavoro, ma una indebita interferenza. Ed è per queste ragioni che la maggioranza delle scuole o si rifiuta di "collaborare" con l'Invalsi per tutta una serie di ragioni che hanno sempre fondamenti giustificati, oppure "esegue il compito" per senso del dovere ma con grande disappunto! Ma c'è di più, e ciò è ancora più grave: che la prova Invalsi finisce con il costituire il modello a cui ispirare tutta l'attività dell'insegnante. Di fatto costui, invece di progettare la sua azione in ordine alle finalità e agli obiettivi generali del sistema di istruzione (nello specifico, gli articoli 1 e 8 del dpr 275/99), per altro estremamente ondivaghi nelle norme che si sono avvicendate nell'ultimo decennio, la progetta in ordine a "quella" specifica prova Invalsi. E va aggiunto che la genericità delle norme vale anche per chi costruisce la prova: l'Invalsi non è immune da tale genericità, e le sue prove fanno aggio più sul buonsenso del consumato insegnante che su determinati obiettivi di apprendimento.
Da quanto esposto risulta evidente che su tutta questa materia occorre fare anzitutto chiarezza. A che punto è l'"armonizzazione" delle Indicazioni della Moratti e di quelle di Fioroni, a cui sta lavorando una commissione ad hoc presso il Miur? Infatti, solo a lavoro compiuto potremmo disporre di obiettivi specifici di apprendimento univoci da proporre ad alunni, insegnanti ed esperti Invalsi. Analogo discorso vale per il biennio dell'obbligo, nella misura in cui "l'equivalenza formativa di tutti i percorsi" verrà veramente assicurata, come recita il comma 2 dell'articolo 2 del dm 139/07. E, per quanto riguarda i trienni successivi, va considerato che andranno a regime dal prossimo anno sia le Indicazioni nazionali dei licei che le Linee guida degli istituti tecnici e professionali.
Insomma, siamo di fronte a tante tessere di un mosaico che ancora non hanno trovato la loro corretta collocazione. Ed è difficile che in una situazione ancora in movimento si possano condurre rilevazioni attendibili! Al limite, solo quando si avranno certezze sugli obiettivi da testare - e che siano i medesimi per le istituzioni scolastiche e per l'Invalsi - si potrebbe riproporre l'opportunità che insegnanti e Invalsi insistano a valutare i risultati finali di dati apprendimenti. Ma è un discorso in divenire, anche perché va anche considerato come le stesse prove Invalsi abbiano suscitato più di qualche dubbio circa la loro correttezza docimologica.
Per concludere, ciò che oggi pesa di più è la politica dei tagli indiscriminati, degli accorpamenti e delle comprensivizzazioni forzate, nonché la precarietà che caratterizza il lavoro in molte scuole: sono tutti fattori che non favoriscono l'esercizio di una didattica ottimale. E' l'insegnante stesso a reclamare: "Ma perché vuoi valutare il mio operato, se prima non mi metti in condizione di esercitare al meglio la mia professione?"
E allora, per tutta questa serie di ragioni, non sarebbe il caso di sospendere la somministrazione delle prove Invalsi finché l'intero assetto ordinamentale, le finalità e gli obiettivi del sistema di istruzione non siano stati definiti con la chiarezza che è necessaria? Prima diamo alle scuole certezze in ordine alle finalità e agli obiettivi del sistema di istruzione, eroghiamo i fondi necessari per garantire loro un buon funzionamento, poi controlliamo se e come il sistema procede e in che cosa occorre sostenerlo!

Maurizio Tiriticco
18/12/2011

giovedì 8 dicembre 2011

Disturbi Specifici Di Apprendimento Di Tipo Non Verbale

Di Che Cosa Si Tratta
I disturbi specifici di tipo non verbale molte volte producono conseguenze sulle competenze scolastiche e molto spesso possono determinare difficoltà simili a discalculia, aprassia, o difficoltà di problem solving geometrico. Tra i disturbi dell’apprendimento, quello di tipo non verbale è il meno studiato, tra i pochi studi recenti quelli più importanti sono quelli di Rourke che ha definito i disturbi specifici dell’apprendimento di tipo non verbale come Sindrome Non Verbale. Attraverso l’analisi delle prestazioni, dei comportamenti e analisi neurologiche di soggetti con questo disturbo, Rourke ha individuato 10 caratteristiche essenziali che li contraddistinguono:
  • Problemi di tipo percettivo e tattile (soprattutto nel lato sinistro del corpo). È assente una buona elaborazione percettiva non a livello di integrazione logica ma di elaborazione degli stimoli sensoriali.
  • Problemi di coordinazione psicomotoria, si tratta di soggetti incapaci e lenti nel compiere movimenti.
  • Deficit visuo-spaziali; i soggetti presentano problemi di memoria di lavoro, in particolare deficit riguardanti il taccuino visuo-spaziale. Se si chiede a questi soggetti come scrivere una F rovesciata, essi devono compiere più passaggi come ricordare come è fatta la lettera, immaginare di ruotarla a 180°, immaginare come scriverla e poi scriverla. Per verificare queste difficoltà si può usare il test PMA e il test MF delle prove per l’impulsività, in quanto si chiede di individuare una figura uguale a quella target e ciò significa non essere impulsivi ed elaborare gli stimoli a livello visuo-spaziale.
  • Problemi con compiti cognitivi e sociali di tipo non verbale. I soggetti cioè non sono in grado di costruirsi mappe mentali né di elaborare correttamente la percezione. Non poter risolvere compiti sociali di natura visuo-spaziale significa non capire i gesti, le espressioni che accompagnano un discorso, quindi non interpretare la pragmatica della comunicazione.
  • Buona memoria verbale semantica. L’aspetto verbale risalta in modo evidente rispetto alle altre capacità che al suo confronto risultano ridotte. I soggetti sono in grado di ricordare molto bene i testi ed amano imparare a memoria.
  • Evidenti difficoltà in aritmetica e discreto successo nella lettura e scrittura, ad eccezione dell’aspetto grafico che risulta compromesso.
  • difficoltà di adattamento a situazioni nuove. Le situazioni sconosciute richiedono una serie di elaborazioni a livelli diversi, tra cui una elaborazione anche visuo-spaziale, quindi questi soggetti amano molto le routines e le situazioni statiche.
  • Verbosità, sono soggetti che parlano molto.
  • Deficit di giudizio sociale, i soggetti hanno una incapacità di interpretare adeguatamente delle regole, non sanno cogliere la pragmatica del discorso, sembrano sempre inadeguati rispetto al contesto.
  • Discrepanza significativa tra Q.I. verbale, buono, e Q.I. di performance , sotto la media.
Tra le altre caratteristiche si riscontra una condotta simile a quella dei bambini iperattivi disattenti, difficoltà di tipo sociale rendono i soggetti simili ai bambini artistici ad alto funzionamento, i problemi di tipo emotivo nati dalle difficoltà sociali con il passare del tempo si aggravano sfociando a volte in crisi depressive, tendono cioè a chiudersi in loro stessi evitando il contatto sociale che invece li aiuterebbe a livello di esercizio di competenze pragmatiche.
Le difficoltà scolastiche più evidenti si riscontrano nel disegno, soprattutto geometrico, nell’incolonnamento dei numeri, nel ricordo dell’ordine spaziale delle procedure di calcolo, nella rappresentazione dei problemi e dei contenuti dei testi descrittivi, difficoltà di rappresentazione dei contenuti dei testi argomentativi se richiedono la costruzione di un modello mentale di tipo visuo-spaziale. è possibile che l’esordio si caratterizzi per difficoltà di lettura e scrittura, tali difficoltà scompaiono a partire dalla terza elementare per lasciar emergere, in modo sempre più rilevante, le difficoltà aritmetiche.
A livello neuropsicologico è stata riscontrata una disfunzione e una compromissione della materia bianca a livello delle fibre lunghe mieliniche, probabilmente in questi soggetti vi è una ridotta funzionalità dell’emisfero destro implicato nel controllo emotivo e nelle attività non verbali, per questo motivo si parla anche di Sindrome Cerebrale Destra.Dal quadro descritto risultano compromesse aree scolastiche su cui intervenire clinicamente ed educativamente: scrittura strumentale, disegno, calcolo, geometria, scienze, comprensione del testo, geografia. Quelle che il bambino si porta dietro più a lungo e gli causano più problemi sono le difficoltà sul versante affettivo-relazionale e sociale, connesse anche a tutta una serie di problemi motivazionali rispetto allo studio.
La Diagnosi
La diagnosi di secondo livello andrà dunque ad indagare in maniera approfondita la discrepanza tra abilità linguistiche (conservate) e visuo-spaziali (compromesse), valutata attraverso la somministrazione della WISC-R; il deficit nella memoria di lavoro visuo-spaziale, l’alterazione della velocità e della correttezza nella processazione dello stimolo visivo, l’alterazione dei processi di attenzione visiva, l’associato disturbo di apprendimento nelle abilità di calcolo e/o soluzione di problemi.
La sala WISC-R misura più fattori o attitudini attraverso subscale diverse:
Q.I. Verbale: informazioni, somiglianze, aritmetica, vocabolario, comprensione. (in una sindrome non verbale possiamo attenderci un Q.I. verbale abbastanza buono con una caduta significativa rispetto alle altre nella prova di aritmetica).
Q.I. di Performance: completamento di figure, storie figurate, disegno con i cubi, ricostruzione di figure, cifrario. (sempre nella sindrome non verbale avremo drastiche cadute nel disegno con cubi e nella ricostruzione di oggetti, rimarrà abbastanza preservata la capacità di leggere storie figurate).
Una significativa discrepanza (dai 10 punti si inizia ad essere sospettosi) a favore del Q.I. verbale piuttosto che del Q.I. di Performance può far nascere il sospetto di una sindrome non verbale. Per compiere un approfondimento che indichi con certezza se il bambino presenta una sindrome non verbale si può sottoporlo al VMI (Visual Motor Integration), al MMFT (matching multiple figure test) o alla ricopiatura della “figura di Rey”.
Nel VMI si chiede al bambino di copiare dei disegni target in alcuni spazi vuoti, disegni che vanno da singole linee a figure più complesse. Successivamente l’operatore valuta se dare 1 punto nel caso che il disegno sia ritenuto giusto o 0 punti nel caso sia ritenuto errato. La prova è ritenuta esaustiva se il soggetto sbaglia 3 disegni consecutivi anche se è consigliabile lasciare che il bambino completi la prova.
Disturbo Non Verbale Di Tipo Motorio
In ambito clinico è stato molto usato il termine disprassia per indicare soggetti con gravi difficoltà di coordinazione motoria, in particolare si è ritenuto che la prassia distorta fosse riferita ai movimenti fini degli arti superiori. Con gli studi più recenti si è arrivati a comprendere il più corretto utilizzo di termini come disturbo di sviluppo della coordinazione motoria, o anche disturbo specifico evolutivo della funzione motoria. Ciò sottolinea come la componente della coordinazione non sia qualcosa che è stato raggiunto e poi perso ma un aspetto che non si è mai sviluppato. Dobbiamo dunque ricordare che non ci sono motivazioni biologiche che impediscono la coordinazione, ma che è a livello cognitivo che il soggetto non è in grado di pianificare ed immaginare i movimenti adatti. I disturbi della funzione motoria sono per certi aspetti simili e per altri diversi dalla sindrome non verbale, la loro diversità consiste in una mancanza dell’aspetto affettivo-relazionale, presenza di buoni risultati alle prove di tipo percettivo, risultati scolastici che possono anche non essere gravi rispetto alla generale gravità della coordinazione, non grave compromissione cognitiva.

Scuola, da metà gennaio pronta una “carta d’identità”

(07 Dicembre 2011) ROMA – Ogni anno il dilemma dei genitori e figli è la scelta della scuola da frequentare. Che sia elementare, media o superiore ci si chiede sempre se sia una scuola valida, se gli insegnanti siano competenti, se la struttura è idonea o quante attività e laboratori siano previsti durante l’anno scolastico. Ora questo non sarà più un problema: da metà gennaio sul sito del Ministero dell’Istruzione sarà disponibile una sorta di carta d’identità di ogni scuola. Una scheda ricca d’informazioni circa l’istituto scolastico.

scuola_ministero-istruzione_identità
Docenti, classi, laboratori, palestre, pc, ecc. queste e molte altre le informazioni che ciascuna scuola s’impegnerà a trasmettere al Ministero entro gennaio. Il Miur (Ministero dell’Università e della Ricerca) eserciterà una “moral suasion” al fine di indurre ciascun istituto ad assumere un comportamento moralmente e socialmente corretto per il miglioramento della scuola italiana e per una scelta consapevole di studenti e genitori. I dati tecnici, relativi a materiali e attività scolastiche, saranno visibili a tutti, mentre i dati sugli esiti di esami e prove Invalsi o sulle assenze e gli abbandoni, che meglio attestano l’andamento medio scolastico, dovranno essere autorizzati dai dirigenti delle scuole.
«In vista delle prossime scadenze relative alle iscrizioni, il Miur – ha sottolineato il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo – renderà quindi disponibili i dati in possesso del sistema informativo e lascerà alle scuole, nella loro autonomia, l’inserimento di tutti quei dati relativi ai risultati delle valutazioni degli apprendimenti e dell’offerta formativa».
Il progetto denominato “Scuola in chiaro” si aggiunge a un servizio già esistente sul sito del Ministero che permette di cercare la scuola più vicina alla propria abitazione, una sorta di anagrafe delle scuole statali. La ricerca è sia geografica sia per tipologia o anche per denominazione e guida l’utente a cercare l’istituto desiderato.
Cliccando sul codice si ottengono tutte le informazioni anagrafiche della scuola, denominazione, via e recapiti telefonici. Con la nuova applicazione sarà invece possibile ottenere le informazioni specifiche relative alle attività scolastiche.
Già all’inizio dell’anno il Ministero dell’Istruzione ha reso obbligatoria la compilazione dei POF (Piani dell’offerta formativa): documenti di identità che indicano le linee distintive dell’istituto, l’ispirazione culturale-pedagogica che lo muove, la progettazione curricolare, extracurricolare, didattica ed organizzativa delle sue attività.
Un’iniziativa che fu oggetto di polemiche perché costringe al costante monitoraggio il lavoro di insegnanti e studenti.

lunedì 5 dicembre 2011

Quando la scuola non capisce la diversità

Il Gazzettino del 04-12-2011

LETTERE AL DIRETTORE. Pubblichiamo questa lettera inviata da una ragazza alla sua professoressa.
Cara prof,
ieri ho preso il primo quattro della mia vita, in matematica addirittura;deve sapere che non sono arrabbiata, sono solo molto triste.
Quando l’ho scritto nel libretto ho pensato che nonostante io studi, mi impegni al massimo e faccia sempre i compiti a casa, non riuscirò mai a capire quei maledetti testi dei problemi:quei numeri messi lì in mezzo a tutte quelle parole ingannevoli e subdole.
Dopo quasi tre mesi che Lei è la mia nuova prof e volevo dirle che per me la lingua italiana è come l’Everest e io sono appena partita per la scalata.
Volevo dirle che sono nata sorda, già non come il nonno che è diventato sordo e porta l’apparecchio acustico, io non ho mai sentito una parola e quelle che conosco le ho imparate a memoria, con enorme fatica.
Volevo dirle che per me i numeri sono magia, quelle espressioni che da una riga si riducono ad un numero per me non hanno misteri. La matematica traduce perfino in simboli le parole e io anche per questo sono sempre andata d’accordo con questa materia.
Ora penso, il quattro a cosa serve? A dirmi che se non mi traducono in segni (LIS) o con grafici e disegni i problemi non so come risolverli? Lo sapevo già!
A dirmi che non so l’italiano? Ma dai…
A dirmi che non sono intelligente? Non ci credo…
Penso che il quattro non servisse a me, ma a Lei; voleva darmelo per dimostrare la sua teoria che io non ce la farò mai a superare questo handicap della lingua italiana e forse è vero.
Di una cosa fondamentale però non si è resa conto: se io non riuscirò sarà anche a causa sua che non sente ragioni su come si fa scuola ad un sordo.
Questa lettera non l’ho scritta io, come Lei ben sa, non ne sarei in grado; l’ha fatto mia madre che ha trascritto le mie emozioni, quelle che ieri ho condiviso con lei attraverso quella lingua che si parla con le mani (molto disdicevole, vero?) e che Lei dice non sia in grado di comunicare qualsiasi cosa.
Questa è la dimostrazione che forse Lei ha torto e la tristezza che mi ha provocato con quel quattro mi fa capire che sono diversa, diversa dagli altri e soprattutto diversa da li.
Giulia C. - Fiume Veneto (Pn)
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Cara Giulia,
vorrei non dover mai leggere né pubblicare storie come questa. Come forse sai, la tua lettera, era accompagnata da una breve nota della tua mamma. Sottolineava come se è vero che, in questi momenti, la vita per molti sia particolarmente dura, per alcuni lo è tutti giorni, nelle piccole come nelle grandi cose. Non credo ci sia null'altro da aggiungere.

domenica 4 dicembre 2011

Quando la dislessia condiziona la vita

 da Rossellagrenci
QUANDO LA DISLESSIA CONDIZIONA LA VITA
Oggi nella pagina delle Testimonianze ho trovato questo commento che ho deciso di pubblicare. E’ la storia di una ragazza dislessica, ora 24enne.
Mi è sembrato importante perchè, come ben conclude la sua lunga testimonianza, si capisca che la dislessia non condiziona solo gli apprendimenti scolastici, soprattutto quando si “incontra gente ignorante”, come dice lei stessa. Questo a conferma di un ennesimo episodio increscioso avvenuto nella mia città a discapito di un ragazzino con difficoltà scolastiche, di cui se ne è parlato su Facebook.
A voi il racconto di S.:
Salve, sono una ragazza di 24 anni dislessica pura, disortografica, disgrafica e con problemi pure di discalculia. Mia mamma dopo aver sentito questa diagnosi, si è davvero spaventata, le avevano detto che non sarei mai riuscita a leggere. I segnali, che fecero capire a mia mamma che qualcosa non andava, erano tanti: non si capiva nulla di quello che dicevo, scrivevo all’incontrario, non riuscivo a leggere l’orologio, ad allacciarmi le scarpe, confondevo la destra con la sinistra ecc. Purtroppo, ho avuto una vita scolastica turbolenta, mi hanno affiancato un insegnante di sostegno alle elementari, le insegnanti mi chiamavano handicappata davanti ai mie compagni, che si divertivano a seviziarmi: mi picchiavano (mi hanno anche buttato giù dalle scale), ritornavo a casa piena di lividi, mi sfottevano, nessuno voleva giocare con me. Nell’ora di ginnastica, nessuno mi voleva in squadra. E come se non bastasse, i genitori dei mie compagni, chiesero che io me ne andassi da quella classe, perchè essendo handicappata, distraevo tutti i loro figli dall’apprendimento. Mia mamma, cercò in tutti i modi di farmi cambiare scuola, ma la preside si opponeva, quindi passai in quella terribile scuola 5 anni di torture. Una volta, mi difesi; un bambino cercò di picchiarmi, e io gli graffiai la faccia, mi mandarono dritta in presidenza. Tutti i giorni uscivo prima da scuola, andavo in un centro per bambini con problemi, lì non facevo nulla, anzi, le logopediste che mi seguivano non sapevano nemmeno cosa avessi, pensavano fossi ritardata, infatti mi davano della handicappata in mia presenza. Chiesi a mia mamma, di non mandarmi più in quel posto orribile, e lei per fortuna accondiscendette. A scuola, la maggior parte delle ore, le passavo nell’auletta degli handicappati, insieme a bambini con la sindrome di Down, secondo i miei insegnanti non mi meritavo di imparare niente. Ho sempre imparato da sola, visto questa chiusura del mondo scolastico nei miei confronti, mi prendevo dei libri e studiavo da me: quanti libri ho letto (si ho detto letto, perchè nel giro di un mese di sforzi, leggevo alla perfezione) in quel periodo: cuore, il piccolo principe ecc. robe che i miei compagni delle elementari si sognavano. Andavo bene a scuola, tutti buoni, distinto e ottimo, nonostante tutto. Sapevo fare dei ritratti alle persone perfetti, li conservo ancora, e non sembrano fatti da una bambina di 9 anni. Alle medie, per fortuna non ho più l’insegnante di sostegno, però ancora tutti mi evitano, e mi sfottono. Ancora prendevo bei voti, tutti buoni e distinto, a parte nei temi dove prendevo sempre l’insufficenza lieve, ma comunque mi riuscivo a sollevare anche in italiano, perchè poi nelle comprensioni del testo e in grammatica prendevo sempre ottimo. Nonostante i mie buoni voti, per 2 volte cercarono di bocciarmi, per problemi relazionari. In terza media, alla scelta della scuola superiore, mi consigliarono di lasciare la scuola, e di fare un corso per diventare vetraia. Ma io che sono sempre stata caparbia, me ne sono fregata e mi sono iscritta al liceo artistico, andando però contro la mia volontà, infatti volevo fare lo scientifico per poi prendere medicina, ma pensavo che per me fosse troppo difficile (nonostante in matematica e scienze avessi ottimo) . Al liceo le cose sono andate molto meglio, non avevo amici veri, però uscivo ogni tanto e nessuno mi prendeva in giro, anzi ero stata accettata, anche con i professori mi sono trovata bene. Purtroppo, avendo difficoltà nel parlato, relazionarmi per me è sempre stata un’impresa, oltretutto i dislessici gravi, hanno anche sempre un aspetto infantile e spaesato, che ci impedisce di essere presi sul serio dalla gente. Arriva il momento di iscriversi all’università, non avevo mai avuto dubbi, che mi sarei iscritta, però in quale facoltà, fin da bambina avrei voluto tanto fare il medico, ma avevo fatto l’artistico… e il test d’ingresso mamma mia, non lo avrei mai passato. Quindi da brava stupida, mi sono iscritta a farmacia. Gli esami li passo molto facilmente, anzi mi accorgo che i miei colleghi non dislessici gravi e usciti dallo scientifico, non se la cavano molto bene come me. Quindi incomincia a rinascere in me la voglia di fare medicina, ma ormai al terzo anno, penso che mi conviene laurearmi prima li. Ancora non ho amici, solo conoscenze superficiali, anche perchè, la mia parlantina è tutt’altro che fluente, e inoltre ogni volta che invio un messaggio, subito mi becco dell’analfabeta che passa gli esami perchè raccomandata, i più cafoni mi danno della minorata mentale. Avevo facebook, me lo sono tolto perchè ricevevo messaggi minatori, di miei compagni universitari, che mi sfottevano per i miei errori ortografici, per come parlavo e per la mia area spaesata. Mi hanno fatto anche molti scherzi, alcuni molto pesanti, anche perchè alcuni avevano scoperto che ero dislessica. Mi hanno incoronata regina delle deficienti di farmacia su facebook, mi hanno fatto ritrovare la mia sciarpa piena di sostanze chimiche (argento nitrato, impossibile da togliere) ecc. la lista è lunghissima. Ora mi manca un’esame alla laurea, e quest’anno ho tentato finalmente il test di medicina (non passato per pochi punti), l’hanno prossimo lo ritenterò nuovamente (devo togliermi questo sfizio), però senza applicare le nuove leggi per i dislessici, perchè ho fatto sempre da sola, e perchè non mi conviene farmi dei nemici anticipatamente, un dislessico dichiarato viene distrutto fidatevi, sopratutto, se ha a che fare con gente ignorante, che pensa che dici che sei dislessico per impitosire, e per farti aiutare (per loro imbrogliare). Non ho certo avuto esperienze positive, anzi il mio racconto è surreale, non penso che mi crederete. Anche in ambito lavorativo, i dislessici trovano dei muri: sono entrata a lavorare in ambito scolastico come insegnante (mentre frequentavo l’università) solo perchè mia mamma è insegnante. Poi ho fatto solo qualche lavoretto, ma poco perchè con la mia aria da svampita è difficile, sopratutto in questo periodo in cui fanno fatica tutti. Il fidanzato non lo ho, nessuna relazione, solo qualche corteggiatore e nessun amico vero, anche se pratico sport quotidiatamente, e quindi frequentando altri ambienti. Molte cose le ho saltate, in realtà la mia storia è ancora più tragica. Ho scritto questo post, perchè non sempre è facile capire come vive un dislessico grave, di solito oltretutto ci si ferma solo all’ambito scolastico, dimenticandosi che un dislessico incontra muri in tutti i campi della vita quotidiana, non perchè abbia dei veri problemi, ma perchè la gente è ignorante.

martedì 29 novembre 2011

Interpretazione del colore. I disegni dei bambini

Questa è la seconda parte della Guida All’Interpretazione dei Disegni del Bambino: I bambini sono incapaci inizialmente di finalizzare l’uso del colore in senso realistico o artistico, e spesso usano i colori sotto la spinta di risposte emotive. Anche la scelta dei colori è un tema che ha affascinato gli studiosi e anche in questo caso si è giunti a una classificazione standardizzata della simbologia legata ai colori fino alla costruzione di strumenti  di descrizione e introspezione della personalità (Luscher, 1976).
Per Lüscher, il test dei colori offre uno strumento di valutazione dell’individuo per quello che realmente è, poiché questo tipo di test non risente di quegli ostacoli che normalmente possono invalidare un questionario o un’inchiesta, come, ad esempio, le false risposte dovute all’alta desiderabilità sociale, ecc.
Nella psicoanalisi induttiva la trasduzione cromatica, ossia l’applicazione emotiva del colore, configura un metodo proiettivo che rivela una situazione emozionale del bambino in base alla presenza, la combinazione o l’assenza del colore. In sintesi le porte d’entrata nell’esplorazione della psiche del bambino. Per una corretta interpretazione il piccolo deve avere a disposizione 8 colori principali; blu, giallo, verde, rosso , viola, nero, marrone, grigio.
Bisogna fare attenzione ; – collocazione dei colori sul disegno – dominanza del colore su vari soggetti ed oggetti – prevalenza dei colori sul disegno – limitazione dei colori a disposizione Nella scelta dei colori se il bambino si limita a 4 colori è indice di poco stimolo.
La prevalenza dei colori caldi (giallo, rosso e arancione) esprimono stimoli positivi e caratteri irrequieti ed espansivi al limite dell’aggressività. Se adoperati in modo eccessivi si evince il desiderio di accentrare l’attenzione su di se. Quelli freddi (violetti, blu e verdi) indicano caratteri pacati, riservati, tranquilli. Se adoperati in modo eccessivo si evince insicurezza, chiusura, timidezza.
Se il piccolo tende ad escludere costantemente il rosso ed il giallo è indice di un momento di stanchezza. Il blu ed il verde associati spesso indicano controllo delle proprie azioni. Inoltre predisposizione per le materie scientifiche. Il rosso, l’arancione, il marrone sono indice di grossa istintività e predisposizione per le materie artistiche. Nello specifico:

-Blu; esprime serenità, calma, predisposizione gesti affettuosi. Se è dominante un forte autocontrollo.
-Giallo; coerenza con le proprie scelte, costanza, determinazione. Se è dominante può essere indice di un rapporto difficile con il papà. (attenzione se è dominante in concomitanza con la nascita di un fratellino è indice di gelosia).
-Marrone; esprime gioia, periodo felice. Se è dominante è indice di chiusura. Se è dominante sulle persone e sulla casa esprime tristezza. Attenzione se disegna l’albero tutto marrone (radici-tronco-chioma) è indice di conflitto e incomprensione con la mamma. Se disegna il sole marrone e questo colore è dominanante nel contesto carenza di affetto da parte del papà.
-Nero; esprime ansia, paure, dolore. Se è dominante  indica un atteggiamento estremo di rinuncia ai rapporti familiari e cova un pensiero di abbandono. (vedi sindrome d’abbandono)
-Rosso; esprime vivacità, energia, voglia di fare. Se è dominante è indice di ostilità, aggressività. Il sole rosso è indice di astio nei confronti del papà. Se disegna tutta la famiglia in rosso rabbia repressa. Tronco e chioma dell’albero in rosso crescita sessuale.
-Verde; esprime la crescita interiore, maturità, equilibrio. Se è dominante è indice di pigrizia, passività. Se disegna l’albero con radice tronco marrone e grossa chioma interamente in verde significa armonia familiare e sociale (a scuola per esempio).
-Viola; esprime un carattere poco razionale e molto fantasioso. Se disegna il tetto della casa interamente in viola è indice di un eccessivo carico di responsabilità o do studio. Se è dominante può anche portare all’incapacità di distinguere, e di qui fino all’irresponsabilità. La scelta di questo colore dimostra che per loro il mondo è un luogo magico, in cui possono ottenere tutto ciò che desiderano: stato d’animo che ha certo un suo fascino, ma che non è bene se persiste nell’età adulta. La scelta del violetto indica una tensione prolungata, le conseguenze di uno choc, o di situazioni difficili vissute in tutta la prima infanzia. Si tratta di soggetti che necessitano di una comprensione particolare, di un trattamento pieno di riguardo e di molto affetto.
-Grigio; esprime chiusura, difesa (alzano un muro)  rifiuto di impegnarsi per proteggersi da ogni stimolo e da qualsiasi influenza familiare, Non desidera lasciarsi coinvolgere, e rinuncia a qualsiasi partecipazione. Se è dominante è indice di atteggiamento di protesta e di insoddisfazione.
Attenzione se il piccolo disegna i pesci in grigio è indice di carattere chiuso, evitante. Se disegna il fumo del comignolo marcatamente in grigio è indice di ansia familiare. Attenzione ai colori dominanti, sono indice di una rielaborazione, il bambino sta rielaborano e allestendo dei meccanismi di difesa. Ora provate a comprendere come il bambino si colloca nell’universo dei suoi affetti attraverso questa forma che per i lui è preferibile rispetto alle parole: il disegno ed i colori.
A cura della Dott.ssa Anna Maria Sepe, specialista in Psicoanalisi Induttiva e Ipnosi traslativa.